— Mai! a quanto si sa. Mi diceva un vecchio, il quale ne ha veduti morir parecchi di questo male, che la è una parola che attossica il sangue, e che quando viene sulle labbra, vi rimane lì come gelata, e che non può uscire. Non ti ricordi del barbiere? Quanto tempo ci ha messo per andarsene al mondo di là, dopo che ebbe buttata nella miseria e fatta morire allo spedale la cognata? Tre mesi, amico mio. Ma si sa che la cognata gli era venuta incontro, proprio la sera stessa che l’avevano portata al cimitero.
— E sta bene! Così chi fa male, ne gode per poco.
— E così l’andrà a finire anche di quelli che ora godono a tradimento la sostanza del povero conte Giandomenico! Farina del diavolo, che andrà tutta in crusca. Io non vorrei essere nei loro panni.
— Nè avere i loro milioni, quando poi in poco tempo s’ha d’andare a casa del diavolo, o girare il mondo col botteghino al collo.
— Botteghino al collo il fondaco di Baldassarre! — esclamava qui interrompendosi la signora Giuseppina, a cui quest’ultima pareva la più grossa.
— Ma ne conterò una bella — continuava poi la signora Giuseppina, riavendosi a poco a poco e ripigliando il dialogo di quegli sconosciuti. — Appena scappato il Buccelli, si scopersero nella sua casa tutte le carte con cui avevano spogliato del fatto suo il conte Giandomenico, e che erano documenti tutti falsi.
— Tutti falsi?
— Sicuro! e fu veduto una sera il giudice uscire dalla casa del Buccelli, con un fascio di carte sotto il braccio che poteva pesare un due o tre libbre.
— Tre libbre di carte false!
— Sicuro!