—Mi pare, caro mio, che tu abbia una bella fifa.

Il soldato novellino ebbe la risposta buona.

—Sicuro che ce l'ho. E tanta che, se l'avessi tu, a quest'ora saresti bell'e scappato. Io invece resto.

È questo il coraggio che si esige da tutti: il coraggio di non aver paura anche avendone alquanta.

Così il cavallo, che da secoli è diventato l'animale guerriero per eccellenza, come temperamento sarebbe in fondo un animale nervoso, impressionabile e perciò pauroso. Un cavallo solo, portato all'improvviso in mezzo alla battaglia, scapperebbe perchè si renderebbe conto del pericolo che un altro animale meno intelligente forse non capirebbe. Ma il medesimo cavallo, montato da un cavaliere senza paura, guidato da un conducente tranquillo, non pensa affatto a scappare; va dove lo conducono, tra i sibili e gli scoppii, alla morte e all'inferno. Si fa ammazzare sul campo, se così deve essere, senza stupirsi che il suo destino sia quello. E come si comporta un cavallo, si comportano gli altri: probabilmente anche tra loro c'è un amor proprio che anche ai vili impedisce di mostrarsi vili.

E questo amor proprio che, diventando natura, fa del più timido cavallo da passeggio un buon cavallo di guerra.

Oggi, se resta ferito, sa di poter contare anche sulla pietà che lo riconduce in una stalla e lo cura. Ci sono le infermerie, se non le infermiere, anche per i cavalli. E c'è la Croce Azzurra che è la Croce Rossa dei cavalli e dei muli.

I cavalli proprio cattivi, incorreggibili, che non si arrendono alla voce del dovere, o almeno all'esortazione degli speroni, sono rari. E quasi sempre si scopre poi che i difettacci dipendono da una cattiva educazione. C'era un cavallo, in una pariglia di artiglieria, che era una disperazione: ringhiava, mordeva, tirava calci ai soldati e ai compagni; se la strada non era di suo gusto, si fermava e, per deciderlo a muoversi, ci voleva una sferzata sugli orecchi, dopo di che tentava un galoppo di traverso che scompigliava tutto l'attacco. Se un momento era lasciato libero, scappava per i campi e per i paesi: una volta andò a finire sulla vetrina d'una bottega, ferendosi tutto il muso. Era una bottega di salumaio, e si disse che a finire in mortadella sarebbe stata la sua degna fine. Fu giusto sulla bottega che lo fermò un nostro amico. Questo amico nostro era un triestino che allo scoppio della guerra era riuscito a passare il confine e venire con noi: prima aveva dovuto fare il militare in Austria, in un reggimento di dragoni. Appena ebbe vista la bestiaccia, la riconobbe subito: era stato del suo squadrone. Un soldato di cavalleria riconosce subito a colpo i cavalli del suo squadrone anche meglio che i suoi compagni.

—E vi meravigliate—disse il nostro amico—che sia una così cattiva bestia? È una bestia austriaca.

Infatti si seppe che il cavallaccio era stato lasciato dagli Austriaci in un paese da noi occupato e che i nostri lo avevano preso e sostituito ad un onesto cavallo italiano, morto, poveretto, di un colpo di sole.