Quando abbiamo passato il confine, siamo entrati in un paese già mezzo desolato. Tra il Iudrio e l'Isonzo, allo scoppio della guerra, gli uomini validi erano già stati portati via dall'Austria a combattere contro i Russi: quelli che non la intendevano di farsi ammazzare per i padroni stranieri erano fuggiti di nascosto ed erano già venuti con noi: nei paesi non c'erano che i vecchi, le donne, i ragazzi e molta miseria. Paesi allegri, come Capriva, Mariano, Farra, erano una tristezza, con poca gente e senza lavoro.

Al nostro arrivo gli Austriaci naturalmente dissero a quei paesani e a quei contadini che noi li avremmo taglieggiati, fucilati, impiccati, come avrebbero fatto loro; e li invitarono a scappare con loro nell'interno dell'Austria. Ci furono di quelli che, istupiditi dalla paura, credettero agli Austriaci e andarono nell'interno a mangiare il pan di legno che l'Austria passa ai suoi sudditi. Ma i cani gli Austriaci non li vollero, perchè di bocche da sfamare ce n'erano già troppe. E perciò i cani rimasero numerosi anche nei paesi dove di gente ce n'era rimasta poca. Credo che anche gli impiegati e i gendarmi austriaci, scappando davanti alla nostra avanzata, siano stati costretti ad abbandonare i cani, sempre per quella solita ragione dell'economia: se no, non si spiegherebbe come se ne siano trovati tanti senza padroni quanti se ne sono trovati. A meno che i cani stessi, stanchi di mangiare pane di segatura e rodere gli ossi dell'anno avanti, non si siano rifiutati di seguire i padroni.

Cani di tutte le razze. Ma i più cani bastardi, mescolanze di sangui diversi come succede in Austria. E poi il cane senza padrone, randagio, affamato, perde i segni della razza, come l'uomo quando è ridotto alla miseria. Tuttavia, anche sotto l'apparenza spaurita e meschina a cui erano ridotti, in qualche bassotto e in qualche setter si riconosceva il cane che doveva aver appartenuto a un ufficiale austriaco, o, peggio, a qualche borghese austriacante; cane abituato a mettersi in piede davanti al ritratto dell'Imperatore d'Austria e alla salsiccia di Vienna, e ad abbaiare all'arcobaleno perchè pare, in cielo, un gran tricolore d'Italia.

Ebbene anche questi cani, che meritavano di essere messi in un lanciabombe, e ributtati nelle trincee nemiche, sono stati accolti con pietà dai nostri soldati. Hanno capito, anche i cani austriaci, perchè sono prima cani e poi austriaci, che bastava presentarsi con aria un po' dimessa nei nostri accampamenti per essere senz'altro invitati al rancio. Passata un po' la fame, diventarono subito, come tutti i cani di questo mondo—eccettuati i mastini di Prussia—allegri e espansivi. E ufficiali e soldati, contenti di aver trovato bestie di buon umore e compagnevoli, li adottarono. Così ora i nostri battaglioni hanno in forza anche di questi trovatelli. C'è il cane che si considera proprietà di questo soldato o di quell'ufficiale; ce n'è un altro che è di tutta la compagnia. Si sono strette amicizie di ferro tra i cani del Friuli redento e i soldati italiani, e anche il cane più austriacante è diventato irredentista.

Sfido io; si sa—e anche i cani devono saperlo—che in Austria e in Germania il governo, per ridurre i consumi, è ricorso alla decimazione di cani, divenuti a loro volta oggetti di consumo. Da sotto la tavola, a mangiare, sono passati sopra la tavola, a farsi mangiare. Si capisce che, pensando al lacrimevole destino dei loro imperiali e regi fratelli, tutti questi cani affrontino il rischio magari di morire in battaglia, ma a pancia piena, dalla parte degli Italiani.


[Pg 51]

[La bertuccia Cecco Beppe.]

Nelle località abbandonate e in quelle che si devono far sgomberare perchè gli Austriaci, per vendicarsi di averle perdute, le bombardano di lontano, non si sono trovati solamente cani senza padrone.

Nella villa di...., appartenente a un Feldzugmeister, qualche cosa come un generale di artiglieria austriaco, si trovarono anche un pappagallo e una scimmia: due bestie che i proprietari avrebbero dovuto portarsi via se non per altro per rispetto alla vecchiaia. Il pappagallo doveva aver più di cento anni, tanto era intignato e incartapecorito. Quando, dalla sua gruccia, vide entrare i nostri soldati—erano bersaglieri ciclisti—si mise a strillare qualche cosa come: