Ma un esercito ha bisogno di molto spazio tutto per sè; e poi gli Austriaci avevano subito cominciato a tirar a granata sopra quelle case, sopra quella povera gente che si ostinava ad abitarci.

Codesti Friulani erano stati fino dal giorno avanti sudditi austriaci, e, quantunque italiani, avevano anche obbedite pazientemente agli antichi padroni. Sapevano che i nostri soldati non avrebbero loro fatto male; s'illudevano che anche gli Austriaci non si sarebbero vendicati su loro da lontano, a cannonate cieche.

Invece le granate arrivavano, dappertutto. E tuttavia i contadini non si movevano. Restavano lì, così intontiti che non avevano nemmeno paura. Se una casa era sfondata da un 305, si riparavano in un'altra. Non potevano credere che l'Austria facesse la guerra anche a loro.

Quando si è dovuto dar l'ordine di sgombero, hanno obbedito con l'animo straziato. Che importava loro aver salve le vite, se le case rimanevano esposte alla rabbia del nemico?

Sgomberi dolorosi che stringevano il cuore a quegli stessi che dovevano ordinarli. Quanta più roba potevano, la ammucchiavano sui carri, lunghi carri a quattro ruote a cui attaccavano i buoi: sopra, tra i fagotti, i panieri, i secchi, si allogavano le donne con i bambini più piccoli in collo; ma i più grandi venivano dietro a piedi, con gli occhi smarriti come quelli dei buoi che tiravano i loro carri. Che si saranno detti, incontrandosi, i buoi profughi, che partivano, con i buoi dell'interno che arrivavano?

Ad ogni paese c'era una sosta: e allora ognuno avrebbe voluto poter ritornare indietro, a riprendere ancora un oggetto, un animale, un altro po' della casa abbandonata. Trovavano subito chi provvedeva ai loro bisogni più urgenti, chi li consolava dicendo che nell'interno avrebbero avuto protezione, ristoro, calma. Ma era una tristezza muta che non si riusciva a rincorare. Anche i bambini stavano zitti: restavano lì dove li mettevano, fermi, svogliati. I buoi soltanto mugghiavano lamentosamente; ma chi può dar retta al lamento di un bue tra lo scalpitìo di tanti cavalli, il rotolìo di tanti autocarri?

Più fortunati si reputavano coloro che riuscivano a non farsi internare, a restarsene nei paesi vicini, da qualche parente che ci avessero, magari senza aiuti, pur di non andar lontano. Parecchi si allogarono in un cinematografo, e nei cortili vicini passavano le loro giornate da zingari, a farsi un po' di polenta, a vivere della carità che i soldati facevano loro. Tutte le donne avrebbero voluto diventar le lavandaie dei soldati: tutti i ragazzi i loro presta servizi.

Ma poi? Per far la guerra non ci vuole confusione, e anche dai paesi un po' più discosti dalle trincee si sono dovuti sgombrare i profughi ammassatisi nel primo momento. E se ne sono empiti dei lunghi treni e si sono mandati indietro, una squadra per ogni città, dove per tutti era pronto un ricovero, del cibo e della pietà. Bisogna sopratutto che trovino molta pietà affettuosa questi profughi, che hanno troppo sofferto per capire che si combatte anche per loro. Chi oggi farà qualche cosa per essi sarà compensato poi, a guerra finita, quando andrà a trovarli nei loro paesi riedificati, nelle loro case, un'altra volta sicure tra il verde chiaro della valle, tra il verde vivace dei colli.

L'ospite conoscerà campi prosperosi e case inghirlandate di tralci: aie ombrate di gelsi e di ontani, stalle piene di manzi e cortili pieni di ragazzi. E di codesta gente conoscerà il sincero carattere che non si può conoscere bene oggi che lo hanno amareggiato dalla guerra, dopo averlo avuto guasto dal governo austriaco. La pace rinnoverà il naturale buon umore del contadino friulano; ridesterà le «sagre» e i balli di tutte le domeniche, e poi—finiti i balli—al ritorno, sotto le stelle, le vecchie «villotte» paesane, così dolci anche quando dicono pensieri di malinconia:

'O ai butadis tanti lagrimis
di fa' côri un biel mulin,
il mio cor si distruzève
come l'ueli 'tal lumin.