[Animali da cortile.]
Ora lungo il basso Isonzo la guerra ha fatto il vuoto dei contadini e delle loro bestie. I buoi che hanno accompagnato i profughi fino a Cervignano, a Palma, a Cormons, se non hanno trovato da allogarsi in qualche stalla amica, sono stati venduti all'esercito e stanno anch'essi sacrificandosi, nel modo concesso al bue, per la patria: le vacche sono state requisite per gli ospedali da campo.
Ma tutti, proprio tutti, non sono spariti. Fino a Mossa, fino a San Martino di Quisca qualche contadino è riuscito a rimanerci, a coltivar le sue ortaglie fra le trincee. Se glie lo permettessero, ritornerebbero tutti a zappare la loro terra, nonostante il pericolo di sbarbare, insieme con le cipolle, le granate austriache che si sono interrate senza esplodere.
Insieme con qualche vacca, abbandonata da quelli che al nostro arrivo sono dovuti andare dall'altra parte, dietro i loro padroni austriaci, sono rimaste parecchie galline e qualche maiale disperso. Se noi fossimo Austriaci, li avremmo computati tra i prigionieri di guerra.
Galline e maiali stanno bene insieme, anche per temperamento. Hanno abitudini egualmente sudicie e pari l'avidità che le ingrassa. Ma in questa la gallina supera forse lo stesso maiale. Il motto latino dice che non si devono dare le perle ai porci, perchè non sono capaci di apprezzarle; sarebbe meglio dire che non si devono darle alle galline, che le ingoierebbero come pietre qualunque, stupidamente. Perchè è certo che per intelligenza il maiale è un genio in confronto della gallina.
La stupidità della gallina è portentosa. Guardando il mondo in due pezzi—quello che vede con l'occhio destro indipendente dall'occhio sinistro—non deve aver mai capito più di mezza cosa per volta. E soltanto in grazia della sua completa stupidità può alle volte parer perfino una bestia di coraggio. Una lucertola che la fissi un po' risolutamente basta a farla scappare: viceversa uno shrapnell che le rovescia sopra le sue novecentonovantanove pallette non la smuove: quando vede cascar roba dall'alto, crede sempre che sia becchime per lei. Come tutti gli sciocchi, anche la gallina ha la sua dose di presunzione.
Ne ho viste insinuarsi tra i cannoni di una batteria in azione: si rincorrevano tra i serventi dei pezzi, beccavano nelle orme che le suola dei soldati lasciavano nella terra fangosa. I grossi proiettili giallastri, che gli artiglieri portavano correndo dai cassoni ai cannoni, li dovevano prender per zucche. La loro incapacità assoluta di intuire che si stava facendo qualche cosa di molto serio, e che soltanto la serietà della cosa impediva ai soldati di allungare la mano per tirar loro il collo, faceva dispetto.
Altre due, in un paese semidistrutto, si erano appollaiate sul campanile rimasto, non si sa come, in piedi. Una pattuglia dei nostri soldati, arrampicatasi fino sulla cella campanaria, sentì starnazzare in alto, sopra un palco morto. I soldati avevano imbracciato i moschetti per sparare, quando si accorsero che i supposti tiratori austriaci erano delle galline. Furono fatte prigioniere lo stesso. E con buon diritto di guerra; perchè certo, se gli osservatori nemici avessero scorto muoversi nella cella del campanile delle penne di gallo, avrebbero giurato che erano bersaglieri in vedetta, e tutti i campanili isontini sarebbero caduti vittime della doppia stupidità, dei polli e degli Austriaci.