Rompan le mine e grandini la mitraglia! Non se ne fanno caso; ci sembrano abituati. Quante volte gli uccelli hanno sentito passarsi sopra l'uragano che decima il bosco, cadere il fulmine sull'albero che li proteggeva! Specie questi uccelli della val d'Isonzo, così spesso tormentata dai temporali e dal vento. Forse confondono tra le burrasche della natura e quelle dell'uomo. Come noi del resto che, alle volte, quando il cannoneggiamento e il temporale venivano insieme, finivamo col non distinguere i rombi. E nelle notti di estate, scorgendo i soffi rossi dei colpi lontani dietro i colli, tante volte credevamo a lampi di caldo.
Nemmeno gli uccelli però devono confondere quando il bombardamento rintrona nel sereno. Infatti, in guerra come in pace, quando il temporale vien dalla natura, con i nembi e la pioggia, essi tacciono; invece durante le tempeste dell'artiglieria si scostano, ma rimangono a vedere, magari cantando, se ne hanno voglia. La loro posizione rispetto alla battaglia è quella dei comandanti che la seguono dagli osservatori: per lo meno fuori dal tiro della fucileria; questa assomiglia troppo—devono pensare gli uccelli—alla molestissima petulanza dei cacciatori.
Ma al cannone sembrano presto abituati: i sibili delle traiettorie non sono gran cosa per chi non pensi a quello che vien dopo il sibilo; anche un bombardamento generale e continuo finisce con lo stancare i nervi in modo che, dopo un certo tempo, non se ne raccoglie che una vibrazione unica, piuttosto dentro di noi, nel cervello, che fuori. Ci se ne accorge bene soltanto quando è smesso: ma ci sono giorni e notti che non smette mai, e i soldati che sono in riposo dormono lo stesso e gli uccelli continuano a cantare, al solito se ne hanno voglia.
Ne doveva avere gran voglia quel cuculo che, un giorno di giugno, insisteva a ripetere le sue due note interrogative da un boschetto del Collio, mentre noi da una collina seguivamo quell'insieme di segni e di rumori che è, vista da una certa distanza, un'azione di guerra. Faceva cucù agli Austriaci che nel suo boschetto non rimetteranno più piede, o lodava, come nei tempi di pace, la piena primavera della bella valle?
Anche per noi, sbucati dalle frasche del bosco al margine aperto del colle, lo spettacolo del paesaggio vinceva quello della guerra. Lo godevamo come in una scampagnata, prima tutto insieme e poi pezzo per pezzo.
A destra, il piano che si perdeva con il suo fiume nella luce verso il mare: oltre, la linea nuda del Carso che dallo sprone di Sagrado saliva avvicinandosi fino alle groppe schiacciate del San Michele, e si allontanava lungo il Vipacco invisibile, verso le Porte di ferro azzurre, lontane. Ma era anche più bello, di una grazia pastorale e boschereccia, alla nostra sinistra, nell'ondulamento plastico dei colli scendenti dal Corada, appoggiati alla diga calcarea del Sabotino, ai terrazzi alpestri di Ternova.
Così bello e così strano. Perchè proprio quei colli, freschi e ombrosi, che con l'ultima propaggine ci nascondevano Gorizia, dovevano dare i propri nomi alla gloria funebre della battaglia: Oslavia, Peuma, il Podgora, il Calvario? Possibile che nei valloncelli, profumati d'erbe aromatiche, fioriti di orchidee silvestri, si nascondessero le batterie? Che i prati fossero scavati di trincee? Che dietro quella collina ci fosse Gorizia piena di soldati austriaci, di cannoni fabbricati in Germania?
Aguzzando gli occhi si distinguevano sì e no i solchi rossastri che zebravano il Sabotino, i tagli recisi che indicavano le abbattute del Podgora. L'occhio si sperdeva nell'armonia delle linee e delle luci, l'anima respirava la dolcezza pensosa della campagna in fiore. E il cuculo, invisibile, richiamava con le due note di flauto verso un miraggio di pace.
Ma a poco per volta ci si convince che davanti a noi è la battaglia, proprio la battaglia. Sotto il Calvario c'è fumo giallastro fra il verde; è Lucinico che brucia. Fumate nere si posano, una dietro l'altra, a ventaglio, sul Calvario; se ne sentono i tonfi sordi: sono i nostri cannoni che tirano a sconvolgere i ripari nemici. Gli Austriaci da questa parte non pare che voglian rispondere. Invece tutto a un tratto piovono granate verso Sagrado, proprio sul fiume, tutte nello stesso punto: pare che minaccino il ponte. Altre arrivano più in qua, verso il piano, chi sa, verso Mariano. Un nostro areoplano vola sui fianchi del San Michele: gli scoppiano intorno gli shrapnells gialli e rossi degli austriaci; di alcuni più bassi si distinguono, al momento dello scoppio, i lampi. Anche verso Savogna e Merna tirano le nostre batterie. Se ne sentono i colpi metallici in partenza. Davanti la nostra collina si è alzato un drachen-ballon, lucente come un pesce, al sole. Si pensa che gli potrebbero tirare e che noi siamo sulla linea di tiro, ottimamente collocati per i colpi lunghi. Ma non ci pensa il cuculo che continua a cantare dalle parti di Cerovo, ora che alcuni shrapnells nemici fermano i loro fiocchi sopra Cerovo Alto.