II. SUL TERRAZZO.
Una villa, che ancora si vede, a breve distanza di ****, sorgere sulla riva destra del lago, fabbricata nello stile malinconico e severo dell'architettura del secolo passato, ha un bel terrazzo, che su d'una roccia stagliata stendesi alquanto nell'acqua, e lascia allo sguardo abbracciare la pittoresca veduta di quelle cinque miglia di lago, chiuse tra Como e la punta di Torno. Su quel terrazzo, che è come il prolungamento d'un'ala della casa, andavano e venivano, nella stessa mattina, alcuni servi per apparecchiar la consueta colezione de' loro padroni, una colezione all'inglese.
E di fatto, una famiglia inglese aveva preso a pigione la villa per tutta la state di quell'anno. Era un vecchio signore venuto co' suoi figliuoli a cercare, sotto il ridente nostro cielo lombardo, alcuni mesi di salutar riposo dalle fatiche dell'aristocrazia. Avevano lasciato per la prima volta il cielo nebbioso di Londra e lo splendido tumulto della vita politica e cittadina; chè un viaggio sul continente è, per l'inglese, medicina d'ogni rovescio; per l'inglese che, in casa sua, tesse tranquillamente la politica delle cinque parti del mondo; e fuori, sen va a centellare con egual costanza il suo tè sui ghiacci del gran San Bernardo, e all'ombra delle Piramidi.
— Vieni, Elisa! diceva una bionda giovinetta, correndo fuori colla più graziosa sveltezza su quel terrazzo. Vieni, dunque! chè le dieci ore sono testè sonate al villaggio, e il mio buon appetito me ne avverte. Nostro padre verrà subito anch'esso.
— Eccomi, cara! le rispondeva uscendo Elisa, la sorella di Vittorina. Che bel giorno! che bel cielo! io aveva letto e sentito dir tante cose dell'Italia, ma non pensavo che fosse sì bella!
— Bada prima, o sorella, a servire il tè! e poi, farai le tue contemplazioni alla buon'ora. Pensa a noi, te ne prego, o fantastica creatura. Vedi mo! quest'aria, che in te risveglia la poesia, in me stuzzica l'appetito!
Ma l'Elisa, ch'era la sorella maggiore, una giovinetta pallida, malinconica e bella come la Malvina d'Ossian, non dava pensiero alla premura di Vittorina. Ella s'era abbandonata mollemente sul poggiuolo del terrazzo, e distratta guardava l'acqua del lago, che rompevasi con monotono gorgoglío al piede del sasso: e diceva sotto voce, parlando con sè stessa: — O mia povera madre! se tu pure fossi qui con noi! Io t'ho conosciuta appena: ero sì piccina ancora, quando n'abbandonasti per andare in paradiso!... Ma pure mi ricordo di te, mi ricordo de' tuoi baci, delle tue carezze.... Tu eri malinconica! Oh se tu fossi qui con noi, io non piangerei, ma così!... — E sollevava la faccia al sereno del cielo.
Venne in quella sul terrazzo un vecchio signore, d'alta statura, di contegno serio e severo. Egli salutò d'un cenno della mano le due giovinette, poi si mise a sedere. Vittorina gli corse al fianco, e lo baciò in fronte, con una tenerezza infantile, dicendogli: — Buon giorno, padre mio! come state?
— Bene.