Lord Guglielmo Leslie discendeva da una famiglia antica e chiara. I Leslie avevano avuta non l'ultima parte nelle vicende politiche del loro paese; e quantunque fossero scaduti da quell'antico splendore di potenza famigliare che i secoli e le ricchezze avevano sancita, nondimeno serbavan tuttavia gli avanzi d'un orgoglio aristocratico, e di quella superbia, direi quasi dinastica, che i severi Inglesi, più che tutti gli altri, seppero conservare in mezzo a tutte le loro cittadine libertà e a' loro civili procedimenti. Non c'è popolo, che al pari degl'Inglesi sia così ostinato e sdegnoso mantenitore de' privilegi e delle franchigie che i nobili vantano sui cittadini, e che nel mentre combatte in pace e in guerra per la causa della libertà delle nazioni, conservi con tanta gelosia i suoi privilegi e diritti; i quali almeno non sono, colà come altrove, una boria ridicola, poichè posano saldi sopra una base di fatto, come il cammino degli avvenimenti e le vicende del poter civile ve li hanno essenzialmente stabiliti.
I Leslie di Falconbridge tenevano ancora alcuni vasti poderi in una delle più colte contrade del mezzodì d'Inghilterra. Al principiar del nostro secolo, non eran rimasti di quella famiglia che due fratelli, lord Giorgio e sir Guglielmo. Il primo, dopo che sostenne una grave magistratura dello Stato, andò a ritirarsi nelle sue terre, in seguito d'una mutazione del ministero; e il re aveva premiato le sue fatiche e il suo prudente ritirarsi a tempo col titolo di barone. Ma lord Giorgio non aveva figliuoli, e la sua recente dignità doveva passar nella linea cadetta. Sir Guglielmo dunque tenne aperti gli occhi sull'andar delle cose; accarezzò sempre le opinioni del fratel suo, e aspettò il giorno che gli avrebbe dato nuovi diritti e nuovi doveri. Nella futura grandezza dell'unico suo figliuolo Arnoldo, egli concentrava tutta la sua stessa potenza e quella del nome della sua famiglia, del quale era così geloso veneratore. Altero per costume e per educazione, tenace, fino allo scrupolo, della sua antica nobiltà e delle domestiche abitudini alle quali era stato ligio per tant'anni, dal tempo che viveva nell'antico castello di suo padre, là nell'Hampshire, sir Guglielmo pareva dispettoso d'invecchiare, senza vedere che le sue speranze s'avverassero mai. Non dirò ch'egli avesse desiderata la morte di suo fratello lord Giorgio, per venire in possessione delle sue grandi tenute e per andarne esso pure a sedersi nel parlamento; ma stava ad aspettarla, perchè Giorgio era d'alcuni anni più vecchio di lui, e di salute logora e fiacca.
A quarant'anni, sir Guglielmo s'era ammogliato con Arabella Randale, che l'aveva fatto padre d'Arnoldo e di quelle due care giovinette, Elisa e Vittorina.
La povera Arabella non era stata felice! Sacrificata, come pur troppo avvien di sovente anche fra noi, all'orgoglio e all'interesse, era stata gettata, qual vittima, nelle braccia d'un uomo ch'ella non amava, e che le tolse il suo per darle un nome, che non le fece palpitare soavemente il cuore, se non quando divenne il nome de' suoi figli. Ma l'anima sua era pia, la sua volontà docile e rassegnata. Tutta la vita di lei, che non fu lunga, era stata uno studio costante e secreto d'amar l'uomo ch'erale toccato a compagno, di cercare le più sane e oneste idee della mente di quest'uomo, le sue virtù sebben piccole, e le affezioni del suo cuore, per rispettarlo e amarlo in quelle. Ma sir Guglielmo era uno di coloro a' quali la natura sembra aver rifiutato il dovere amoroso di marito e di padre. Agitato da continui pensieri di fumo e d'ambizione, travagliato da mala vicenda nella sua domestica economia, egli era quasi sempre meditabondo, accigliato, dispettoso: fosse il cielo torbido o sereno, si raccontasse di fortune o di miserie, si spargesse la gioia o il dolore nella famiglia o ne' circoli, sempre la stessa nube era sulla sua fronte, lo stesso amaro sorriso sulle sue labbra. Non mai egli sovvenne la disgraziata sua donna di quelle consolazioni che cancellano tante memorie penose, nè mai le fu largo di quelle sollecite cure che medicano anche le più triste piaghe della vita. Arabella aveva vent'anni quando fu maritata a sir Guglielmo; a trentadue ella moriva, moriva portando seco tutto il cordoglio della sua vita sconosciuta e negletta. Aveva compiuto il sacrifizio di tutto ciò che v'ha di più sacro, la fede e l'amore; e non lasciava in terra che un pensiero di rammarico e un ultimo ardente desiderio: il pensiero de' suoi tre figliuoli, i quali, così giovani ancora, restavano senza di lei: il desiderio ch'essi almeno, più di lei, fossero felici.
Dopo la morte di sua moglie, sir Guglielmo si mise dentro, assai più che prima non avesse fatto, nelle pubbliche cose. Egli si dimostrò allora uno de' più caldi sostenitori del partito tory, come già era sempre stato; e adoperò nome, fatiche e promesse al trionfo della sua parte. Sebbene non fosse quel che si chiama uom di Stato, e i più lo tenessero in conto di persona di comune levatura, nondimeno aveva quella prudenza politica che insegna di non arrischiar mai troppo, e quell'accorgimento che consiglia i mediocri ad appoggiarsi a' potenti senza farseli necessari, e a giovarsi a tempo di loro, facendo sembiante d'ajutarli.
Mandò, com'è quasi legge pe' ricchi inglesi, il suo Arnoldo a viaggiar sul continente; affinchè poi, tornato in patria, si ponesse fra i candidati delle elezioni, per cominciare la sua via politica nel parlamento. Egl'intanto menò splendida vita in Londra, fece illustri amicizie, e molto profuse della sua ricchezza.
Alla fine, lord Giorgio era morto nel suo feudal castello dell'Hampshire; e per accontentare la lunga aspettativa e la boria gentilesca del fratel suo, l'aveva chiamato unico e universale suo erede. Sir Guglielmo, divenuto così lord Leslie, vedeva avverarsi una dopo l'altra le sue speranze già da lungo tempo mature. Richiamò allora dal continente suo figlio Arnoldo, impaziente d'aprirgli un avvenire più sicuro e splendido; di preparargli una condizione, che non solamente gli procacciasse rispetto, ma facesse rumore e invidia.
Arnoldo abbandonava a malincuore, e colla speranza di rivederle, le bellissime spiaggie di Mergellina, di Baja e di Pozzuoli, ove trovavasi allora; abbandonava la delizia di quel mare e di quel cielo veramente italiani, per ritornarsene, ignaro della domestica fortuna che l'aspettava, nel seno della superba Londra. Qui vide suo padre acceso più che mai di volontà d'onori e di ricchezze, attorniato di favoreggiatori e di nuovi amici; i quali vivevano tutti del suo credito e de' suoi conviti, e vendevansi a gara alla sua potenza.
Il giovine amava le solenni memorie domestiche, e l'antica grandezza della sua famiglia così severa, veneranda e tranquilla, di cui il pensiero de' suoi prim'anni gli risvegliava la poetica ricordanza. Ma allora il suo cuore non era più il cuor del fanciullo; Arnoldo non era più quel di prima. Educato dall'esperienza de' viaggi, dallo spettacolo di tanti e variati costumi, dagli avvenimenti che dovunque parevano incalzarlo, dagli stessi suoi pensieri che si maturavano a una volontà più tenace e a più costanti proponimenti, il giovine si persuadeva che il tumulto della vita civile non era per l'uomo che sortì da natura affetti generosi ma tranquilli, non era per lui.