Maria trovò nella galleria la vecchia Giuditta; la quale, rassegnata ad aspettarla, erasi a tutto bell'agio accovacciata entro un gran seggiolone del seicento, sotto i piè d'uno degli antenati della marchesa; uno di que' cinquanta ritratti, con irti mustacchi, gorgiera spagnuola, cappa bruna e brache gonfie e listate. E, come vide Maria, le venne incontro con volto sereno, che voleva dire: E così? siete contenta?

Ma la fanciulla, tutt'ancora confusa, le prese tremando la mano, e stringendosi a lei vicino: — Andiamo, le disse, andiamo via! Oh lei, signora Giuditta, è più buona di loro: lasciamo per carità questa casa, le dirò tutto poi. — E partirono.


Fu dopo questo, e dopo un novello inutile tentativo appresso d'un'altra caritatevole signora, la quale trovò Maria d'età troppo fresca per poter far da cameriera a una sua figliuola che doveva andare a marito, fu allora che la povera giovine accettava di collocarsi, come ricamatrice, nella bottega d'una crestaia, una delle cento amicizie antiche della signora Giuditta. E si tenne abbastanza fortunata, chè almeno in quell'oscura vita nessuno le avrebbe rimproverato il suo dolore e la sua misera condizione; nessuno sarebbe venuto ancora a ripeterle all'orecchio una maledizione all'infelice fratel suo.

Così aveva passato già sei mesi nella povertà e nel lavoro, paziente e tranquilla. Era come s'ella fosse morta per tutti; nessuno che domandasse il suo nome, nessuno che le dicesse una parola amorosa, o le avesse chiesto mai il perchè della sua tristezza. Anche la signora Giuditta, da prima così premurosa, così affannona, pareva averla dimenticata; poichè, appena le venne fatto d'appoggiare altrove la fanciulla, non si lasciò più vedere. Non già ch'ella fosse senza cuore, ma voleva respirare da quel gran trambusto avuto in poco tempo, chè non s'era figurato mai potesse succeder tanto al mondo a una donna. Maria però era venuta più d'una volta a visitarla, perchè essa non avrebbe potuto dimenticar mai il più piccolo bene a lei fatto; e poi, quella dimora era stato l'ultimo asilo della madre sua, innanzi che l'avessero portata via, all'ospedale; era là, che il suo Carlo l'aveva condotta in un giorno di fatale disinganno; era là, che essa l'aveva veduto l'ultima volta.

L'onesta crestaia la teneva in casa sua, e le aveva destinata una cameretta buia, a mezzo la scala, che prima serviva all'uso di ripostiglio, e che rispondeva sur un cortiletto angusto e uggioso. In quel bugigattolo altro non c'era che un cassettone, un letto povero e basso, o piuttosto una grama materassa gettata su due panche nane, e un piccolo scanno nella stradetta fra il letto e la parete. Una luce morta, chiusa dal colore oscuro delle tettoie all'intorno, calando a traverso de' piccoli vetri verdognoli della finestra ferrata, dava a quell'umide pareti un aspetto più tristo ancora, e quasi di carcere.

Eppure la buona orfanella, allorchè si trovava nel misero asilo, dove poteva pensare o piangere non veduta, credeva ancora d'esser libera; essa, che un tempo temeva di restarsene sola, allora cercava, amava il silenzio e l'ora solitaria. E quando, dopo l'assiduo lavoro della giornata, ritornava alla tarda sera nell'abbandonata cameretta; e quando in ginocchio a fianco del suo letto, chino il viso su le povere coltri, offeriva al Signore il giorno ch'era passato; il Signore allora spirava in quell'anima vergine l'alito della rassegnazione e della pace. E poi, ella coricavasi col cuor libero e con la mente serena, dormiva ancora i soavi sonni dell'infanzia. E l'angelo custode vegliava certamente nella sua nube sopra il capezzale dell'innocente.


Così dunque Maria aveva passato sei mesi. E nel giorno de' morti era venuta su la fossa della madre, fra i poveri e i buoni, a portare anch'essa il tributo della sua orazione a quel Dio, che benedice al dolore prezioso de' piccoli, e rasciuga le loro lagrime.