VIII. LE ALUNNE DELLA CRESTAIA.
Se mai, al tramontar d'un bel giorno, quando, o miei giovani amici, andate a zonzo per le vie della città, lasciando vagar la fantasia dietro gli scherzosi buffi di fumo del vostro cigarro, vi siete fermati presso la porta invetriata della bottega d'una crestaia; se mai vi piacque d'andare sbirciando, con un'occhiata curiosa, la lieta scena che presentano le giovinette operaie in quel laboratorio della moda, io vo' scommettere che con un sorriso su le labbra e con un grillo nella mente avete detto: — Oh il bel cespuglio di rose che paiono aspettare chi primo le colga!... E poi forse, appoggiati alla spalla della muraglia, dietro il prisma di que' tersi cristalli, vi sarete fermati a rallegrarvi gli occhi nell'affaccendato crocchio delle belle fanciulle. — E via col fumo del cigarretto, i più matti pensieri vi avran fatto girare il capo, e sarete rimasti inchiodati là, senz'accorgervi forse neppure degli urtoni e degli sgambetti di qualche frettoloso passeggiero.
Un banco lucido, incorniciato, attraversa per il lungo quell'elegante officina, coperto e ingombro tutto di scatolone aperte, di cartoni e di cassette; sopra le quali sfoggiano spiegate le più aeree stoffe, i più graziosi trapunti: i veli, i nastri, i mussolini, le sete danno al luogo un non so che di fantastico, di nebuloso, come si dipingerebbe il misterioso gabinetto d'una sultana delle Mille e una notti. Entro per le scansie, che nascondono tutto il giro della parete, vedi pendere in bell'ordine da lucidi piuoli le cuffie, le trine, i cappellini, le berrette, le gorgierine increspate, i cappucci, e l'altre cento maniere d'ornamenti che inventò l'arte capricciosa della donnesca civetteria. In mezzo a quell'onda trasparente di veli e di tessuti, spicca la sollecita figura della maestra crestaia, che mentre attende a foggiare il merletto d'una cuffia, o il bizzarro galano dell'ultimo cappello, leggiadra creazione delle sue cesoie, non perde però d'occhio l'inquieto gruppo delle giovani alunne; le quali, sedute in giro alla tavola de' lavori, sotto lo splendore d'una bella lampana di cristallo, si van raccontando una all'altra in segreto le lor piccole confidenze, i loro novi amoretti, e alternano intanto facili risa, motteggi e baie.
Sono sei o sette fanciulle, vispe, sollazzevoli, accorte una più dell'altra, che tra l'agucchiare e il ricamare lasciano scappar certe loro rapide e loquaci occhiate verso l'entrata; e poi, sorridendo e guardandosi fra loro di nascosto, dan di gomito alla vicina, quando alcuna arrossendo d'improvviso abbassi il capo sul suo lavoro, sia che con la coda dell'occhio abbia veduto passar lungo la via il suo giovine innamorato, o sentito il picchiar del suo bastone su lo scalino della bottega, oppure distinto fra il continuo strepito del di fuori il noto zufolare della sua arietta.
Una sola di quelle fanciulle se ne stava modesta e silenziosa, tutta intenta al collaretto già mezzo ricamato che teneva fra le dita; e mentre che le testoline irrequiete delle gaie compagne si volgevano di qua, di là a ogni momento, ne' più leggiadri e furbetti modi, quell'una s'inchinava in atto tranquillo e pensoso, quasi che fosse straniera al sommesso cicaleccio dell'altre, a quel sì frequente scoppiar di risa mal trattenute. Se non che gli occhi talvolta riposava, come incantati, sul suo gentil ricamo; e allora essa non cuciva più, e la mano che teneva l'ago, posava oziosa su le ginocchia. Bensì, di tanto in tanto, le compagne le dicevano qualche lieta parola, o le facevano qualche malignuzza domanda; ma essa non rispondeva che sollevando i suoi begli occhi, aprendo appena le labbra a un leggero sorriso. E certo le amiche non le avrebbero perdonato quella sua malinconica ritrosia; ma sapevan tutte, che alla poverina non restava più nè padre, nè madre; e che non aveva saputo ancora trovarsi un innamorato: per questo la compativano, e la chiamavano Maria la novizia.
— Senti, Ghita! diceva alla sua vicina con segreto susurrio, la più tristarella di quel gruppo, una piccola brunetta, che aveva un par d'occhi di fuoco, e le guance paffutelle e colorite, come lo spicchio di una melagrana. Senti, ma non dirlo nemmeno all'aria, per carità! Gli è un pezzo che volevo parlarti di una cosa.... perchè, devi sapere che sono stufa di non aver nessuno che mi guardi a me! Tu, o Ghita, e Rosina, e Stella, avete pure il vostro amoroso; e me, non c'è anima che mi cerchi...
La Ghita rideva a questa sincera confessione, e — Che vuoi che ti faccia io? rispondeva sotto voce anch'essa....
E l'altra: — St! st! chè la maestra guarda verso di noi, e ne fa gli occhiacci, che par quasi la ci voglia mangiare.
Pure, di lì a poco, si chinò ancora all'orecchio della compagna, e ripigliò: — Dunque.... tu sei felice, Ghita! tu che la sera, appena fuori di qui, trovi l'Eugenio, lì su' due piedi, che t'aspetta; e subito gli dai di braccio, e ve n'andate in santa pace; ma io...
— Tu sei ancora una ragazza, o Luisa, rispondeva l'amica; hai quindici anni appena, e non è più di tre mesi, che sei qui con noi.