Fu il giorno appresso che la fanciulla disparve, come già sappiamo. Arnoldo ne disperò quasi, ma Eugenio era là per consolarlo e dargli buona speranza; rassicurava esser quello un ghiribizzo, una delle solite furberie delle fanciulle, le quali vogliono vedersi correr dietro il poveraccio che abbia la disgrazia d'innamorarsene. — Pure molti dì eran passati, senza che uno o l'altro avessero potuto ancora saper la verità. Ben aveva tentato più volte l'Eugenio di far parlare la crestaia, spacciando grandi promesse a nome dell'amico, ma non n'era venuto a capo: la buona donna fu muta, ostinata a custodire il segreto; benchè il giovine pensasse ch'egli era piuttosto per malizia che per virtù scrupolosa. Arnoldo, perduta la fiducia di ritrovarla, si rimise alla vita indifferente e monotona di prima, a quella vita tediosa che coll'inerzia del di fuori ricopre l'interno cruccio. Così era venuto il dicembre.
— Eugenio! diceva adunque Arnoldo al suo nuovo amico, quella mattina in cui l'abbiamo trovato che passeggiava nella sala dell'albergo: Eugenio, sedete qui, accanto a me. Le prove d'amicizia che m'avete dato, il vostro onesto costume, la vostra premura, meritano ch'io metta in voi maggior confidenza. Voi mi conoscete appena, e poco sapendo di me forse mi giudicate male. Gli è giusto dunque ch'io vi spieghi il mistero che a voi ancora mi copre, gli è giusto che mi conosciate meglio: forse allora, se nel cuor vostro avete riso di me, mi compatirete!
Il tono severo di quest'esordio scosse un poco Eugenio: e poi, i colloqui serii non erano il suo forte; nondimeno, fatta all'amico una solenne protesta d'osservanza, si pose a giocar distrattamente con le molle fra le ceneri del focolare.
E l'altro prese a raccontargli la storia dell'amor suo, meglio che non abbiamo potuto far noi in queste pagine modeste; cosa ben naturale, era l'amante che parlava, e il suo cuore s'effondeva nelle parole, con una verità semplice, poetica. Ma Eugenio intanto pensava che l'amico suo era un bel pazzo, e ch'egli, se fosse stato ne' suoi panni, certo non avrebbe perduto il tempo in quelle malinconie, e a far all'amore alla romantica con una tapinella; mentre invece avrebbe potuto a suo capriccio fare il mestier del Michelaccio, quel beato mestiero che non s'insegna, e che tutti sanno e sapranno sempre.
— Dopo quel tempo d'una felicità ch'io quasi non credeva possibile, così continuava Arnoldo il suo racconto; dopo quel tempo, vennero per me i giorni dell'amarezza e dello sconforto. Ma qui, bisogna che vi confidi un'altra cosa che ancora non sapete, il vero mio nome. Voi mi conoscete per Arnoldo Randale; questo non è il mio casato, ma quello della famiglia di mia madre; e per segrete ragioni io lo presi al mio ritorno in Italia. Mio padre è lord Guglielmo Leslie.
L'amico Eugenio levò gli occhi con gran maraviglia a quella sonora parola di lord; e, poste giù le molle con che giocava, stette con più cheta attenzione ad ascoltarlo.
— Mio padre, seguitava Arnoldo, è un uomo severo, superbo del suo nome e dell'antica sua nobiltà, quant'altri mai; i suoi principii sul fatto e su la condizione sociale son quelli d'un vero Inglese, onore, orgoglio e fermezza; il motto dell'arme gentilizia de' Leslie sembrava appunto dettato per lui: Sempre salire!... Ma, fin dagli anni infantili, il mio cuore s'apriva in vece all'incanto delle miti virtù di mia madre, dolcezza e compassione, amicizia e amore. Io sento di non esser nato per quelle che chiamansi le grandi virtù del nostro secolo, una politica che si veste del fastoso nome di filantropia, e una civiltà che pesa tutto su le bilance dell'industria. Passai i prim'anni dell'adolescenza nella casa d'uno zio di mia madre, venerabile vecchio, di cuor giovine e caldo, uom generoso, soccorrevole e costante; egli era irlandese e cattolico, e aveva perduto il figlio, la nuora e i nipoti, tranne uno solo che formava le delizie dell'abbandonata sua vecchiaia..... Questo giovine cugino fu il mio primo amico! Ah! pochi anni appresso, anch'egli era morto...
— In quel tempo appunto, ripigliava il giovine dopo una pausa, nel nostro paese gli spiriti bollivano in quella famosa guerra d'opinioni e di parte, che tenne grandemente agitati tutti i giusti e i buoni, la controversia della emancipazione de' cattolici. Mio zio metteva in cima de' più cari suoi voti la sospirata legge, e ne procacciò il trionfo, per quanto potè e seppe. Parmi ancora vederlo scuotere la sua testa canuta, e volgere al cielo gli occhi accesi d'un insolito ardore di gioventù, dicendomi dover la giustizia trionfare una volta o l'altra anche su questa terra, e nessun sacrifizio esser poco, per guarire la patria d'una piaga che per tre secoli aveva fatto la vergogna della superba nostra civiltà!... Ma appena mio padre conobbe i nobili sforzi del suo parente e il mio entusiasmo a pro di questa causa generosa, mi rivolle presso di sè, caldo sostenitore, com'egli fu sempre, degli antichi rancori. E mi mandò a viaggiar sul continente, perchè la mia mente si spogliasse di queste fantasie, ch'egli chiamava la scorza del fanciullo, e imparasse a conoscer gli uomini e le cose. Ma era tardi. Io aveva già sposata la parte degli oppressi; io amava il culto solenne e maestoso della Chiesa a cui mi guidava fanciullo il mio vecchio zio, e dove univo le mie alle candide orazioni del mio povero cugino; l'arida e corrotta dottrina, e la troppo mutabil fede nel seno della quale io nacqui, non avevano parlato mai al mio cuore.
— Nel mio viaggio attraversai, come un uomo nuovo, quest'Italia così degna d'amore e di venerazione; di città in città, vidi le sue basiliche, le sue cupole, le sue chiese, nelle quali mi pareva che l'arte veramente divina traducesse all'anima il mistero della suprema bellezza; vidi i capilavori di Michelangiolo, di Raffaele, di Tiziano, di Guido, di cent'altri; tutto mi rapì, mi commosse; e questo, il posso dire, fu il principio della mia conversione. Conobbi molti uomini d'alto ingegno, di semplice probità, uomini di fede e di sapienza; conversai con essi, ritrovai in loro le virtù, le parole dello zio Randale; e finalmente, venuto in questa stessa vostra città, Dio mi fece incontrare con quel saggio che doveva rinverginar la mia mente, vincere il dubbio del mio cuore, sollevare la mia speranza e la forza del mio intelletto a una lieta novella. Fin d'allora io voleva abbandonar l'eresìa; pure quell'uomo, ch'io venerava come il mio salvatore, aveva letto nel mio cuore, e veduto che la mia deliberazione era più d'entusiasmo che di convincimento; e non assentì. Ma, congedandomi con lagrime di consolazione, mi disse di lasciar fare al Signore, che avrebbe condotta a' fine l'opera sua.