Madre infelice! E tu la cerchi invano;
D'un angelo la vita in terra è corta!
Madre, non hai più figlia!... Ell'è già morta,
E già rivola a Dio l'alma beata.
Chi a pianger vien sul sasso ov'ella posa?
Povera Rosa! Rosa innamorata!
Ma nella dolcezza del suo rapimento veniva a turbarla l'acuta voce della piccola Savina, la quale era inquieta, caparbia, un vero demonietto; e non la poteva star sola un'ora co' suoi pensieri di quindici anni, senz'annoiarsi. Allora essa correva dalla Maria, e saltellandole intorno, come un furetto, ora voleva che le acconciasse un riccio, ora che le stringesse la cintura, or una cosa, or un'altra. E poi, se le frullava il capriccio, Maria doveva porsi a giocar con lei; e pigliato un mazzo di carte, bisognava che la si facesse a indovinare, se la padroncina avrebbe avuto un amante, se giovine, ricco, bello e che so io. Maria paziente ne appagava i bizzarri ghiribizzi, le presagiva le più liete cose del mondo, tutto com'essa voleva; e la Savinetta allora le balzava al collo, le dava baci, le diceva ch'era tutta bella, e che appena divenuta una gran signora, essa l'avrebbe tenuta sempre con lei, e di più, che s'ella fosse stata un bel giovinotto co' baffi l'avrebbe sposata su' due piedi. Maria non si piaceva delle scioccherìe di quel farfarello; ma pur era bisogno che qualche volta mostrasse di sorridere, perchè non la facesse peggio.
Così ella provava quanta pena costi a un animo debole e piagato la lotta dell'interno dolore con le amare inezie della vita. E non aver nessuno a cui svelare i segreti della sua pena, nessuno che le dicesse una parola, che le desse un consiglio; e in vece dover sempre parer lieta, e sorridere quando altrui piaceva, tutto ciò logorava il cuor suo; come un succo velenoso che fa morire lo stelo d'un fiore, quando appena il primo germoglio comincia ad aprirsi al sole.
Pure, a poco a poco, l'aria dolce e l'ingenuità della fanciulla parevano aver fatto breccia perfino nello scabro cuore dell'avaro. Maria non se n'era accorta, ma il vecchio Arpagone non brontolava più come prima, non andava gironzando per la casa, le mani nelle tasche del giubbone, come soleva, e sguardando in cagnesco; fin al povero Michele non faceva più il viso arcigno, quando se lo faceva venir innanzi per saldare i conti, o comandar il desinare. Ond'era, che que' di casa e i vicini, i quali l'avevano sempre conosciuto per un sornione dannato, volevano sbattezzarsi per la maraviglia, non potendo capacitarsi di vedere il signor Cipriano rientrar in casa fuor dell'ore usate e con un'ariona allegra, della quale i suoi debitori del vicinato non avevan, da anni e anni, neppur sognato l'ombra.
Ma il più strano fu, quando venuta la domenica, egli fu veduto attraversar la piazzetta, vestito d'un pastrano nuovo color marrone e con un cappello rimberciato, che pareva volesse sfidar l'aria; a mano a mano ch'egli passava, l'ortolana, la pizzicagnola, la tabaccaia e l'altre comari del quartiere gli tenevan dietro con gli occhi, e poi si guardavan tra loro stupite, come per dire: — O la è vicina la fine del mondo, o il signor Cipriano vuol morire.