Nessuno l'avrebbe pensato, pure egli era vero, che da qualche tempo la graziosa figura di Maria trottava per il cervello del vecchio barbogio. Alla sera quand'egli seduto nel salotto, presso il camino, in cui ardevano due legni in croce, si traeva di tasca, e rileggeva la bisunta vacchetta del suo dare e avere (cosa ch'egli faceva tutti i santi giorni dell'anno, come un buon prete recita il suo breviario), gli occhi suoi piccoli e rossigni stoglievansi spesso dalle cifre arabiche ond'era tempestato quel libretto, per riposarsi sul leggiadro gruppo di Maria e della Savinetta che stavano poco lungi, accanto della tavola, l'una a cucire, l'altra a ridere ed a ciaramellare. Il dilicato aspetto di Maria, la sua testa vezzosa e coperta d'un bel pannolino bianco orlato d'azzurro che le si allacciava sotto al mento, i capegli scompartiti e lucidi, gli occhi grandi e modesti, quella faccia bella che cominciava a ripigliare il suo tenero incarnato, e quelle piccole e bianche mani inquiete sul lavoro, e lo schietto abbandono della snella persona, tutto aveva in lei una tale magia, che al signor Cipriano, a cui per le frequenti sorsate del suo pretto vin d'Ossona luceva un poco la vista e ballava la camera intorno, l'aerea figura della Maria era come l'apparizione d'un bellissimo sogno. Allora egli perdeva il filo de' suoi conti, il dare e l'avere gli andavano insieme sotto gli occhi, e scambiava numeri e parole; ogni zero gli pareva la bella testolina di Maria.
Così in quelle sere, mentre il vôtar de' bicchieri gli scaldava le vene e i polsi, la presenza della vezzosa creatura gli metteva nella fantasia il grillo dei vent'anni; e dimenticava i suoi capegli grigi e il naso bitorzoluto e il suo piatto viso color di vinacce. E che non avrebb'egli dimenticato, se lasciò perfino passar due giorni interi, senz'esigere dal Michele il rendiconto dello scudo rimastogli nelle mani per far le spese?
Allora, facendosi coraggio s'alzava, e, data una scosserella alle membra ingranchite, s'accostava pian piano, coll'andar del gatto, alla tavola dove sedevano le due giovinette, poco stante dalla signora Barbara. E appoggiati i gomiti alla spalliera della seggiola di Maria, contorceva il viso con una smorfia, che avrebbe dovuto essere un sorriso; e dondolando la testa or su l'una spalla, or su l'altra, domandava: — Che fate di bello. Maria?
— Sto ricamando un fazzoletto da collo per la signora Savina.
— Oh come sei brava! adoperi l'ago, ch'è una delizia vederti.
— Come mi starà bene quel collare, non è egli vero, zio? Voglio metterlo il dì del Natale! diceva la Savinetta; e intanto, non potendo star cheta, andava tagliuzzando con le cesoine le frange del grosso tappeto che copriva la tavola.
— Oh! ti starà bene anche di troppo, per quella maledetta smania di tua madre di spenderti intorno tutto il fatto tuo.
— Lasciate pensare a chi tocca, voi! rispondeva la madre, chè non sapete mai cosa vi diciate.
— Bene, bene, tal sia di voi! Ma tu, Maria, che sei così bellina, e sai far tante care cosette, perchè vai sempre con quel vestito povero, nè mai t'adorni di qualche ricamo delle tue belle manine?... E con quel suo strano vezzo dondolava sempre il capo, battendo con le dita il tamburo sull'appoggiatoio della scranna.