Il giovin cavaliero, ravvolto nel suo corto mantello, pareva disprezzare tutto il rigore della stagione, e consolarsi quasi nel respirar l'aria asprissima della montagna. Egli aveva abbandonato le redini sul collo del suo cavallo, che con passo lento e stanco discendeva per la china.
Allorchè giunse presso al campo santo, il suo sguardo cadde a caso sopra qualche cosa d'opaco che spiccava sul bianco terreno. Raccolte le briglie, volse il cavallo da quella banda, e curvandosi sulla sella vide al debole chiaror della neve onde appariva coperta ogni cosa all'intorno, una misera creatura la quale pareva svenuta o estinta; e pensò ch'era forse colà venuta dal paese a pregare per i suoi morti, e che la crudezza del freddo o l'imperversar dell'uragano l'avevano ridotta a quegli estremi.
Il cuore gli tremava forte; fermò il cavallo, scese di sella; e poi chinatosi sul terreno presso quella salma assiderata, riconobbe ch'era una povera giovinetta; e sorreggendola sulle sue braccia la sollevò alquanto e la sostenne, inginocchiato com'era, sì che la testa grave e cadente dell'estinta si rovesciò su la sua spalla. Allora egli avvicinò il suo volto alla bocca della infelice, per conoscere se un alito leggero di vita scaldasse ancora le sue membra immobili, fissò gli occhi sovr'essa; ma al primo guardare, nulla vide, nulla distinse, quasi che l'anima sua non avesse più senso... Tornò a fissar quella fronte, que' labbri, que' cigli, ogni fattezza... e un brivido gli corse per tutte le vene, e si sentì passar attraverso al cuore come la fredda lama d'un pugnale... Arnoldo l'aveva riconosciuta.
XII. SAGRIFICIO.
Chi non vide la bottega del signor Samuele, il nostro speziale, in quella notte, non penserà forse ch'io possa,
«Credendo e non credendo, dicer vero.»
Fu un agitarsi, un andar e venire, una faccenda, un tramestío, che a memoria d'uomo non s'era mai veduto il simile in quelle quattro mura; i novellieri del paese n'ebbero a cianciar per lungo tempo, e a farne le più belle e strane conghietture del mondo.
Nel mezzo della stanza, sopra il seggiolone ch'era là, solito trono d'ogni sera del signor curato, giaceva coricata e sostenuta da alcuni guanciali, la povera giovinetta, la quale non dava più nessun segno di vita. Erane il viso bianco e smunto, e solo al contorno degli occhi infossati e delle labbra sottili appariva dipinto d'un rossor livido, cupo e morente nel pallidissimo colore della fronte e delle gote; ma gli occhi eran chiusi, le braccia al lungo del fianco distese, irrigidite; e tutta la bella persona immota, raggruppata, per così dire, in sè medesima e co' ruvidi panni raccolti d'intorno, che s'informavano dalle dilicate membra, era stesa nella grave, abbandonata positura d'un cadavere.
Presso a lei, curvo sopra uno de' bracciuoli della seggiola, stava il giovine inglese, muto e smorto esso pure, quasi come la svenuta; e le sue pupille senza moto non si staccavano mai dalla faccia di Maria; la quale posava con la testa arrovesciata all'indietro, come se l'anima di lei avesse già abbandonata quella sua verginale dimora. Nè altra cosa rivelava la vita in quella strana immobilità del giovine, fuorchè il leggero mover delle labbra, quasi che pronunziassero parole senza suono, e tremassero commosse dall'incerto e sublime sorriso che fu dato solamente al dolore, quando ancora non abbia perduta tutta la speranza.