Con le faccie lunghe, curiose, guardandosi di sottecchi a ogni momento, uno in atto d'interrogare come la sarebbe ita, e l'altro di rispondere che non lo sapeva, se ne stavano il signor curato e il deputato politico, dietro il seggiolone, presso d'un tavolino; sul quale vedevasi lo scacchiere abbandonato, con le pedine sparsevi sopra: e da certe occhiate, che i due lasciavan cadere su quello a ora a ora, s'indovinava in essi il rammarico della partita intralasciata. In mezzo a loro allungava il collo, come il solitario cappone dalla stia, l'agente comunale, quotidiano testimonio e giudice delle sette disfide de' due campioni a dama.

Colui che dall'altra parte gesticolava con gran foga nel parlar sottovoce al dottore, era quel vecchio galantuomo del signor Gaspero; egli, ragionando, spiegazzava la gazzetta che ancor teneva fra le mani, l'ultima capitata al paese in quel dì stesso. E qui, torna bene che conosciate la prudenza del curato; il quale, dopo il brusco esempio di quel disgraziato don Carlo, aveva smesso non poco del suo ardore politico; e, ceduto il diritto della lettura al signor Gaspero, si era rassegnato alla parte d'ascoltatore, accontentandosi durante la sessione parlamentaria in casa dello speziale, di scrollare il capo, fregarsi le mani, o d'andar traendo lunghi sospironi, o di sogghignar fra sè e sè; il qual diplomatico suo vezzo faceva allora il termometro infallibile della politica del paese.

Intanto lo speziale e il dottore s'affaccendavano a gara intorno alla tramortita fanciulla, con una sollecitudine e un'umanità degne veramente del secol nostro; e mettevano alle prove la dottrina e l'arte per richiamarla alla vita, e per conoscere se mai un palpito ancora poteva essere suscitato in quel cuore che più non batteva. Lo speziale, rimboccato un lembo del suo grembiule di tela roana scura, e inforcato il naso con gli occhiali, davasi attorno con una premura, un affanno da non dire, e rimestava le cassette, gli armadii e le scansìe, le quali dalle spalancate vetriere presentavano la tremenda falange de' vasi e delle boccie di polveri e manteche, d'olii e di sali, di succhi e quintessenze, da disgradarne Avicenna e Hanhemann. Il dottore aveva già invano sperimentato di stropicciar le tempie, la fronte e i polsi della giovinetta con essenze spiritose, e metteva giù con dispetto le inutili ampolle; invano le aveva posto sopra il seno de' pannilini riscaldati, e di grosse coperte le aveva ravvolte le insensibili membra. Tutti volevano dir e fare; proponevano, discutevano, parlavano tutti in una volta; era un trambusto, un frastornío, che avrebbe potuto risvegliare i sette dormienti della leggenda. — E quella gran gara era l'effetto di due sole parole, pronunziate dal nostro giovine eroe allorchè, entrato nella bottega, con infinito stupore e maraviglia di tutti, recandosi su le braccia la svenuta fanciulla, depose sul seggiolone il caro suo peso, e disse: — Tutto quanto io posseggo a chi salva questa giovine!


Ma poichè il mio racconto, con vostra buona pazienza, cammina a rilento, non v'incresca di volgere indietro un'altra occhiata.

Era passato più d'un mese dal dì che Arnoldo abbandonava Milano, per venire in traccia della perduta Maria. Se vi ricorda, quando seppe ch'essa non era più nella bottega della crestaia, nè potè averne in altra maniera notizia alcuna, si mise in mente che la si fosse ricoverata al suo paese, presso alcun parente; e partì con questa certezza. Venuto fino a ****, prese a pigione una parte dell'antico palazzotto, ove suo padre aveva prima dimorato; ma quant'egli fece per trovar qualche traccia della giovine orfana, fu tutto vano. Queste ricerche replicate e sempre perdute gli facevano scorrere nell'affanno e nel dubbio i tristi giorni dell'inverno; e un mese così passò.

C'erano pure alcuni dì, ne' quali sentiva ancora di vivere: eran quelli, in cui salito in sella d'un giovine cavallo, che da un pacifico Comasco aveva in quel torno comperato, s'arrischiava su per le rotte strade delle montagne, sfidando l'aspreggiare della stagione, e la traversìa de' venti. Quelle corse selvagge lungo i margini dell'acque e sopra i fianchi de' dirupi, gli ricordavano la sua patria, il suo cielo, le nebbie del mare, il castello del buon zio, la combattuta sua giovinezza; tutta la prima, la vera poesia dell'anima vergine e ardente. Poi succedevano de' giorni, ne' quali gli tornava incresciosa la vita, e gli pareva che al suo soffrire non restasse altro conforto che un novello soffrire. Allora se ne stava, le ore intere, appoggiato alla finestra della sua stanza, guardando il lago, e si sprofondava nella meditazione e nel passato: un volume, suo fedele amico, un bello Shakspeare, ch'era un ricordo del cugino Randale, del compagno de' suoi prim'anni, gli stava aperto dinanzi; e gli uomini disegnati da quel gran pittore dell'anima e della vita pigliavano agli occhi suoi figura e movimento. Vedeva sè stesso nello sfortunato Edgardo, il figliuolo di Glocester; piangeva al sublime delirio, alle cocenti lagrime di Lear, fremeva a' soliloquii di Macbeth, e pensava a suo padre; per lui, la tenera Cordelia, l'innamorata Desdémona, la dolente Caterina, eran sempre Maria. Altre volte, e il più sovente, camminava di buon mattino fino alla casetta d'Andrea, che la vecchia Marta abitava ancora, quanto solitaria e grama, lo pensate! E' vi restava per tutta la giornata, seduto in un canto del focolare, poco lontano dalla vecchierella; la quale non faceva che parlargli di quella cara tosa. Era la meschina dimora unico avanzo del bene della fanciulla; e senza il buon signor Gaspero, che aveva salvato per miracolo dagli artigli dell'esattore comunale la casa e la vigna, tutto sarebbe stato perduto. Egli poi lo fece perchè, a dirvela in confidenza, sentiva ancora il batticore per la giovinetta, che si ricordava d'aver le tante volte fatto ballonzare piccina su le sue ginocchia.


Arnoldo dunque contemplava, con l'anima tremante e con lo sguardo fisso, atterrito, immobile, la faccia della fanciulla; e stava spiando, se in mezzo a' tormenti, con che il dottore e lo speziale straziavano quella bianca e dilicata creatura, il cuore e le labbra di lei si riaprissero al gemito dell'esistenza. Con ambe le mani e' le strinse la destra agghiacciata, e avvicinandola alle sue labbra, con quell'affetto che solo può essere consacrato dalla terribile idea della morte, v'impresse un lungo ardente bacio d'amore, delirando quasi che con quel bacio gli fosse dato restituirle la vita; come Romeo, quando venne alla tomba di Giulietta.

La baciò di nuovo, la contemplò... soprastette... E poi, balzando d'improvviso, con un accento soffocato dall'impeto della gioja, proruppe: — Ella vive ancora!...