A poco a poco, senza metter ombra alla sincerità del vecchio lo ricondussi sulla via di parlarmi del vicecurato; e gli dissi che, per me, ero contento di dormir quella notte, per qualche ora, in un angolo della sua cucina, facendomi letto d'un bel mucchio di secche foglie colà raccolte; io pensava che miglior giaciglio non avrei forse trovato a venti miglia all'ingiro, e che così solevano dormire al tempo antico paladini e trovatori.
— Or fa sett'anni, mi narrava il messere, noi avevamo ancora il nostro vicecurato. Egli ne conosceva tutti dal primo all'ultimo, veniva a sedere presso i nostri fuochi, nelle nostre povere stalle; nè mai s'intese parlar meno di disgrazie nel paese che in quel tempo. Già vel dissi, egli era il braccio destro del signor curato, e ogni cosa egli facesse, era per lo meglio. Aveva un'anima santa, e quanti de' nostri può dirsi, tornassero a vita per quella speranza ch'egli solo sapeva dare, per quell'amore con che faceva carità a tutti di quel poco che possedeva. Egli ci diceva sempre: — Sono povero anch'io al par di voi altri, sapete! Ma il Maestro in nome del quale io vi parlo volle essere quaggiù l'ultimo degli uomini; ed io v'amo tutti come miei fratelli... La povertà è la terra di promissione.
Queste poche parole, ricordate nell'umile dimora con un sacro rispetto dal montanaro, mi ridipingevano alla mente l'austera e pallida figura di quell'uomo che aveva sostenuto quaggiù, per quanto era in lui, il còmpito della verità e del sacrificio. Chiesi allora al buon vecchio perchè e come mai l'avessero perduto quel loro padre e amico: ed egli, dopo aver sospirato, guardommi con non so qual turbamento. Poi, con voce commossa continuò:
— Un giorno, era nella state del 183*, una brutta giornata d'agosto, nella quale tre temporali maledetti si scatenarono un dopo l'altro su questa povera nostra valle, comparve qui nel paese un giovine straniero, perduto forse sulla via, come lei in questa notte. Con sè non portava nè bagaglio nè altra cosa; ma andava chiuso in un mantellaccio e teneva calcato fin sugli occhi un cappello acuto all'alpigiana. Al primo tetto che trovò, chiese alla Menica, la quale stava filando sul suo uscio, quale fosse la casa del vicecurato. La Menica a quella domanda, alla foga, all'agitazione dello straniero che guardavasi indietro ogni momento, capì bene che colui, quantunque vestisse il giubbone di lana e portasse le grosse scarpe del montanaro, era tutt'altro da quel che compariva. E com'io appunto di là passava, mi fe' un cenno del capo domandandomi se volessi accompagnar quell'uomo alla casa del vicecurato. Io, che fo sempre di cuore un servigio al prossimo, dissi al giovine che mi tenesse dietro, e m'incamminai lungo la ripa, fino alla chiesa: colui mi stava alle calcagna, fissandomi con cert'occhi che m'avrebbero fatto paura, se non mi fossi addatto che il falso montanaro pareva aver egli stesso una gran paura in corpo. Il signor vicecurato, quando fummo a due passi da casa sua, usciva appunto, con un libro sotto il braccio; come soleva sempre a quell'ora, quando andava solo a girar per la montagna. Il giovine gli corse innanzi, ed appena i loro occhi s'incontrarono, vidi don Carlo diventar tutto bianco nel viso, e levar la mano verso di lui, come per parlare e non poter dir parola; ma poi subito ricomporsi, pigliar per mano il forestiero, e rientrare con gran furia in casa. Ed io che, senza nulla comprendere, faceva per andargli dietro, udii serrarmi dinanzi quella porta che da tant'anni era sempre stata aperta a tutti.
— E non si venne poi a sapere chi fosse lo straniero? domandai.
— Quel giovine, poi che andò là entro non fu più veduto uscirne. Chi disse vi sia stato chiuso tutta la notte, chi tre giorni, e chi più d'una settimana: chi fosse, nessuno il seppe mai. Pietro il mio figliuolo, che allora era ancor qui con noi, mi raccontò d'averlo veduto passare il dì seguente, prima che l'alba uscisse, e andarne in compagnia del vicecurato per la selva de' pini, e arrampicarsi poi verso il Sasso Aguzzo; in somma chi ne disse una, chi un'altra; io per me non potrei giurar nulla. Quel che so pur troppo è che da quell'ora don Carlo non fu più lui; era sempre malinconico, non parlava quasi mai: ed io, che lo vedeva ogni mattino, lo trovai più d'una volta seduto al tavolo della sua stanza, con un gomito sur un vecchio librone e la testa appoggiata alla mano, intanto che scriveva e piangeva. Appena si fosse di me accorto, faceva il viso sereno e alzandosi mi pigliava per mano, e mi chiamava il suo buon Bernardo, il suo amico vero. Più d'una volta mi domandò s'io mi sarei sempre di lui ricordato, ove mai gli fosse toccato di lasciar la nostra valle in cui aveva passato quattr'anni di pace... Alcun tempo di poi, il vicecurato partì per il suo paese, ch'è sul lago di Como, e mi disse che n'andava a vedere per l'ultima volta il suo vecchio padre moribondo: stette lontano quasi tutta la state, poi tornò in mezzo di noi, salutato e venerato dall'amore di tutti; chè senza lui ne pareva d'esser come pecore senza pastore. Passò anche quell'inverno, venne la primavera; e il vicecurato, da un dì all'altro, senza che alcuno ne sapesse nulla, abbandonò di nuovo il paese, e andò, s'è vero quel che fu detto, laggiù fino a Milano. Quella mattina, egli stesso venne qui a salutarmi; il fuoco era acceso come adesso, ed egli sedette su quello scanno di paglia dove lei siede adesso, mi consegnò la chiave della sua casa, e mi disse addio. Dopo quel dì non ricomparve più ne' nostri monti.
Così narrava l'alpigiano, e il suo racconto m'invogliò più che mai di penetrare il mistero che pareva circondar gli ultimi anni della vita del buon prete, quantunque un segreto presentimento mi dicesse che la causa della sua sciagura era stata troppo alta e tremenda, e che, per quanto avessi potuto raccorre della verità, non mi sarebbe fatto per certo di rivelar del tutto quel mistero all'anime compassionevoli di coloro che avevano già versata qualche lagrima sull'umile storia di Angiola Maria.
Ma pure, confidando di trovare almeno qualche dimenticata reliquia delle memorie del vicecurato che mi facesse più sacro il nome suo e più nota la sua preziosa virtù, determinai di condurmi la vegnente mattina a visitare il signor curato per cercar la via d'alleggerirgli un poco la coscienza di que' vecchi segreti che certamente gli dovevano pesare.
Il montanaro, vedendo ch'io me ne stava imperterito senza più dargli ascolto, credè mi tornasse indifferente il suo discorrere, o fossi colto dal sonno: m'offerse allora il suo letto, ch'era nella stanza superiore, ma ch'io non volli a ogni patto accettare; contento di poter dormire una notte sulle foglie secche, come una volta il romeo che tornava di Terra Santa.
Dettogli che sprangasse di nuovo la porta e addormentasse il fuoco sotto le ceneri, diedi all'ospite mio la felice notte: e ravviluppato nel mio mantello mi gittai su quel silvestre letto de' nostri primi padri. La buona comare faceva l'alte maraviglie; la fanciulla guardavami di sottecchi, lasciando sfuggire un involontario riso, e l'una e l'altra s'avviarono sulla rozza scaletta che appoggiavasi alla parete opposta al camino; poi sul pianerottolo si fermarono un poco; e dall'alto guardando giù nel cantuccio dov'io stava mi salutarono un'altra volta e disparvero.