Io dormii un sonno intero e tranquillo, come da lungo tempo non aveva dormito; ma sognai l'Alpi e il lago, e la povera casa del vicecurato e gli occhi limpidi e bruni dell'Assunta, la gaia figliuola del montanaro.
Sorsi coll'alba e trovai già levati i miei buoni ospiti. La giovinetta, sulla breve spianata dietro la casuccia, stava mugnendo la sua piccola giovenca; e il vecchio messere era già pronto a servirmi di guida per la valle e sul monte; poichè la sera innanzi io diceva che volontieri avrei fatto un'escursione nel dintorno. Ma non appena seppe ch'io voleva prima di tutto far la conoscenza del signor curato, si esibì di condurmi a lui, contento, a dir poco, ch'io avessi preferito nella passata notte la sua umile dimora a quella del curato medesimo. Allora seguitai i suoi passi, facendo alle due donne promessa di ritornare.
Il curato di **** aveva veduto passare la metà de' suoi settant'anni in quell'ignota parte di Valtellina: la sua era forse la più povera pieve della diocesi. Uomo semplice e dabbene, di timida e ombrosa natura, egli avea menato colà una vita così solitaria, così uguale che quasi la sua povertà gli era divenuta necessaria; e da nessuno al mondo invidiato, non portava invidia a nessuno. In tutto quel tempo, l'unico avvenimento che turbasse la lunga pace di lui, fu la vicenda di don Carlo, il suo vicecurato: quella storia, nella quale non seppe mai veder chiaro, era stata per lui come lo scoppio d'una bomba; e soleva dire ne' momenti di grande espansione di cuore: — Guai a questo mondo a chi non vuol tacere! io per me veggo che non potrò rifarmi più da questo tracollo!
Quel buon uomo adunque rimase in sulle prime tra insospettito e impacciato dall'inattesa mia visita. Mi guardava di traverso con una cotal ciera scura in uno e piacente, e a ogni mia domanda rispondeva appena con qualche fugace monosillabo, quasi avesse temuto che gli rubassi i pensieri. Ebbi un bel dirgli il mio nome, il caso che m'avea fatto capitare in que' luoghi, e l'intenzion sincera d'andar cercando per quei contorni i pochi avanzi del tempo antico, da' quali potessi cavar qualche vecchia storia da fare un libro; egli lasciava morir sempre il discorso, e pareva tentasse ogni uscita per salvarsi dal pericolo della conversazione. Lasciai sfuggirmi di bocca il nome del suo antico vicecurato, e dissi che l'avevo un poco conosciuto; mi rispose con un gelido: Ah sì?... e per quella mattina non potei strappargli più sola una sillaba.
Allora m'accommiatai da esso, ma non senza chiedergli licenza di tornare a presentargli il mio rispetto innanzi abbandonare il paese. E per tutto il dì n'andai vagando in compagnia del mio ospite su per le vicine montagne, al raggio d'un bel sole d'autunno, e ben lieto di vedere un lembo di quella terra che nel passato secolo era stata testimonio di lunghe e feroci guerre di parte, quando in essa soffiarono sì forte la libertà e la riforma.
Ma la ritrosia del signor curato non mi tolse dall'intento mio: e quella sera medesima, io era amichevolmente seduto vicino a lui ad un piccolo desco, dinanzi ad un certo botticello di legno, colmo dell'ottimo vin di Sassella: un orciuolo d'antica foggia, col beccuccio sporgente che quegli alpigiani chiamano ancora galéda, come lo chiamavan press'a poco i Romani. Fosse virtù di qualche libagione del patrio suo vino, fosse il consiglio della fedele sua Brigida e del mio ospite montanaro, il vecchio paroco s'era ammansato, e potei a poco a poco entrargli in buona grazia. Tempestato dalle mie inchieste sulle cose antiche del paese, egli non trovando più il filo d'uscir del laberinto in che s'era messo, scappò a dire che se ci fosse stato ancora il suo quondam vicecurato, il quale ne sapeva anche di troppo e aveva scritto un mucchio di scartafacci appunto sulle antichità ch'io cercava, m'avrebbe potuto dire di quegli antichi tempi di miseria tutto quanto io voleva e non voleva sapere.
Allora il posi alla stretta; ed egli mi confessò che di fatto don Carlo gli avea lasciato una confusione di quadernacci e di fogli sparsi dove forse avrei potuto pescar notizie; ma che, non avendo egli mai avuto nè tempo nè voglia di leggere quella scrittura così fina e minuta, giacevano tutt'ora in un cassettone dimenticato del suo studio, se pure i topi avevano loro avuto misericordia. In quella, con generoso atto si tolse fuor dal taschino de' calzoni, la chiave dello studio e me la porse. Non mi parve pur vero d'aver sì presto guadagnata la vittoria; e colta la palla al balzo, come si dice, presi un lume e penetrai nello studio, del curato. Frugai arditamente nel barcollante cassettone, e trovai molte memorie di cose antiche, di che forse mi gioverò un'altra volta, se a me non verranno meno il tempo, l'amicizia del lettore e la sua pazienza.
Fra quelle venni a capo di raccogliere le poche e scucite pagine del manoscritto del buon prete; e stimai di darlo fuori tal quale; perchè, leggendo que' caratteri e ripensando a quell'uomo del sagrificio, mi rasciugai qualche lagrima, e dissi nell'anima mia: — Tu solo il giudicasti, o Signore! ed i figliuoli degli uomini avranno speranza sotto il velame delle tue ale.
II. IL MANOSCRITTO.
2 di settembre 18..