In tempi migliori, quando viveva ancora il conte Francesco ****, signore della villa, in quell'anno abitata dalla famiglia inglese, fu l'Andrea il fattor della casa, l'intendente, il factotum di quel buon padrone. Eppure, com'egli era sempre stato un uomo onesto, così, al contrario di quel che al solito si vede, benchè agente dell'altrui, non aveva mai saputo avanzar nulla per sè. E per ciò quando, morto il suo antico signore e venduta la villa, egli venne lasciato in libertà, fu abbastanza contento di potersi ritirare in quell'umile casetta che lo aveva veduto nascere, e donde poteva ancora scorger di lontano il palazzo, come sempre continuava a chiamarlo, il palazzo del vecchio conte. Egli non ebbe più cuore, l'Andrea, di mettersi al servizio di qualch'altro padrone; e neppure per diventare il più ricco fittaiuolo della Bassa, avrebbe acconsentito di abbandonare la riva del suo lago, l'acqua sulla quale era nato. E se ne morì contento in quel fidato ricovero, in faccia ai monti e a quel cielo ch'egli aveva amato sempre come cosa sua. I suoi settant'anni eran corsi in tanta oscurità, in tanta quiete!
Carlo, il suo figliuolo maggiore, era in quel tempo vicecurato in un povero paese della Valtellina: e anche questa fortuna, egli la doveva al conte Francesco, il quale alcuni anni prima aveva fondato apposta un piccolo beneficio per il giovane abate. La signora contessa poi, un'aurea donna, piena di bontà e d'amore, aveva posta una singolare affezione nella piccola Angiola Maria; e siccome dal cielo erale stata negata la consolazione d'aver de' figliuoli, così ella si teneva cara la fanciulletta, come se la fosse sua propria.
Gli è inutile ch'io vi dica, perchè ben lo pensate, che, ogni volta la buona contessa Anna venisse a passare i più lieti mesi dell'anno nella villa del lago, la prima cosa a chiedere era della piccola Maria. Quella ragazzetta era così graziosa e bellina fin da' suoi primi anni, aveva il volto così ritondetto e color di rosa, e i capegli tra il biondo e il bruno così lucidi e inanellati che rubava al primo vederla i baci e le carezze di tutti. Le sua voce ancor fanciullesca aveva già quell'insinuante dolcezza ch'è segno di un'anima timida e amorosa: e il suo ingenuo parlare e le schiette domande che faceva, dimostravan che la sua nascente ragione era semplice e retta, e che già la sua mente era commossa dal trepido desiderio di pensare e di conoscere.
La contessa Anna dunque rapiva spesso alla madre quella cara creaturina sì bella, ch'era la sua piccola delizia. E qualche volta poi la condusse con sè alla città; nè poco ci voleva allora per vincere una certa ritrosìa del buon Andrea, il quale finiva ad obbedire, perchè la era volontà dei padroni, ma in cuor suo pensava che da quella domestichezza co' signori non ne poteva venir bene per una povera figliuola come la sua. Alla madre invece, la pareva una benedizione del cielo; ella si trovava, è vero, come perduta, quand'era sola, ma il suo orgoglio materno, ben naturale, n'era consolato, chè vedeva crescer sì bianca e bella la figliuola, ch'ella chiamava sua perla, sua ricchezza.
Quando la fanciulla si fe' più grandicella, la contessa se la teneva più sovente in compagnia, talvolta per le lunghe ore della mattina, talvolta per l'intera giornata, e le prodigava ogni cura, con sollecitudine quasi materna. Sotto gli occhi suoi, la fanciulla imparò a legger que' libri, che sono l'amore delle tenere menti appena s'apron facili agli accorti consigli del senno; e di que' libri, una Storia Sacra, tutta adornata di belle figure miniate, era il suo prediletto. Poi, seduta accanto dell'amorosa protettrice, Maria attendeva a qualche gentil lavoro d'ago o di spola; o si piaceva, sullo stesso scrittojo della contessa, di sgorbiar fogli di carta, copiando e ricopiando il nome della buona signora e quelli di suo padre, della mamma e del fratello; e quest'era la sua gran gioja. Oh! quanto l'amorevole donna era dolcemente rapita da quell'anima candida e ingenua, ch'essa vedeva a poco a poco prender come una nuova vita, alle semplici lezioni del bello e della virtù! Oh quanto era commossa dalle parole di Maria che rispondevano alle sue, dall'affetto di quella innocente che le chiedeva la grazia d'un bacio, dalle stesse sue lagrime, quando, per qualche lieve cruccio, il suo picciol cuore non trovava altra risposta che un largo pianto! — Quella era una beatitudine, e assai sovente la contessa, dopo d'aver a lungo contemplata la fanciulla, si faceva mesta, e pensava che felicità sarebbe stata la sua, se anch'ella avesse potuto sentirsi chiamar madre, se anche a lei avesse il cielo concessa una figliuola come quella.
Ma la felicità di questi anni doveva presto finire. Il conte Francesco morì, e l'ottima sua compagna lo seguì presto al sepolcro. Erano svaniti i bei sogni di mamma Caterina; il compare Andrea aveva avuto ragione. Angiola Maria non abbandonò più la casa paterna, ma pur vi crebbe bella e serena com'era sempre stata; perchè quell'impronta virtuosa che il suo cuore aveva ricevuto, non poteva cancellarsi più. Pareva che la giovinetta portasse la pace e il bene con sè; il vecchio suo padre menava giorni tranquilli, d'altro non ragionando che delle sue lontane memorie, de' tempi burrascosi della sua gioventù, e de' suoi buoni padroni; e Caterina divideva colla figliuola le poche faccende della casa, serbando però sempre le più dure per sè, e paga abbastanza nella sua tenerezza di vedersi sorridere d'intorno quel fior sì gentile della sua Maria. Solo il giovine vicecurato mancava a compire la loro felicità: la parrocchia era lontana dalla sua terra, e la strada era rotta e aspra, a traverso di monti e vallate. Pure, una o due volte l'anno, egli veniva nel seno de' suoi cari, veniva a sparger di letizia le tranquille abitudini di quella domestica esistenza.
Ma il buon Andrea cominciava a sentire il peso della vecchiezza. Già da tre o quattr'anni egli aveva appeso sopra il capezzale del suo letto il fedele archibugio, l'unica sua gloria, l'ultima sua amicizia; dopo ch'eragli morto il suo vecchio cane Azor, stato un tempo custode della villa, e poi suo compagno nella disgrazia, Andrea non era uscito mai più alla caccia del gallo di montagna o del camoscio sulle balze del Legnone, nè a quella degli anitrini e degli smerghi nelle paludi di Colico e del forte di Fuentes. Oramai altro spasso non si dava che quello di pigliar soletto ogni mattina il sentiero della riva, fino all'antico palazzo, e di riposare, in faccia al sole, sul sedile di sasso che stava ancora presso la porta della fattoria. Era la sua più cara abitudine; le ore gli fuggivano in pace, e la sua mente serena gli si dipingeva sulla fronte calva, ma senza rughe.
Un giorno, l'ora consueta passò; e come non fu veduto tornare a casa, la sua Maria venne con passo rapido e con cuore inquieto fino alla villa; ma si rassicurò quando lo vide seduto all'usato posto, che pareva dormisse. La fanciulla s'avvicinò, quietamente sedette presso di lui, e temendo di risvegliarlo, se ne stava a contemplarlo in atto d'amore.... Quando, chinandosi più vicino al suo volto, s'accorse che non dormiva; i suoi occhi erano aperti, travolti, senza sguardo; il capo piegato sul petto, immobile, la bocca stranamente contraffatta. Allora spaventata levossi, lo prese per una mano, era fredda, insensibile, lo chiamò a nome più volte, e non rispose; lo riscosse fortemente.... e lo vide cader rovescioni da un lato sopra il sedile, come un cadavere. Diede un alto grido di terrore la fanciulla, chiamò soccorso: due giovani del paese che passavano al basso della riva, salirono a quella volta; e un pescatore non lontano che udì quel grido, lasciò la sua barca e accorse anch'esso. Trasportarono a casa il povero vecchio che credettero morto, e lo deposero sul suo letto; non mi domandate come lo ricevesse la sua donna, che lagrime fosser quelle dell'infelice figliuola! — Ma il medico del paese, che non fu tardo a correre, trovò che il pover uomo aveva ancora un fil di vita; egli era stato colpito d'apoplessìa, ed era morto di mezzo la persona. Andrea si ridestò ancora una volta; guardò, e riconobbe quelle sventurate di Caterina e di Maria, e le benedisse co' tremanti segni della mano, chè non potè colle parole. Alcuni dì appresso egli aveva finito di patire.
Gli uomini che fanno vita di mondo dicono che la povera gente ha ruvida la pelle, che il suo dolore è simile alla sua allegrezza, ridicolo e rumoroso, come lo scoppiar de' mortai in una sagra di villaggio; l'indomani quel ch'è stato è stato. Io non so se sia così, ma son persuaso che il dolore della gente semplice e buona del popolo è più vivo e sincero di quello de' grandi, ne' lor magnifici funerali e nell'ereditarie gramaglie. Fra noi, nelle colte e fiorenti città, gli uomini nascono e muoiono, ridono, piangono, gavazzano e si disperano, tutti nello stesso momento, uno accanto all'altro; e sovente un sol piano di casa, una sola parete, dividon l'orgia d'un convito dall'agonia d'un moribondo; nessuno lo sa, nessuno se ne cura. L'etichetta poi, tra i profumati suoi codici, ha pur quello del dolore; il vestire a lutto è prescritto a mesi, a giorni; il bruno è una legge sancita per tutti, fuorchè pel gran cancelliere di Francia e per i nepoti del papa; padre, madre, fratelli, avoli, zii, moglie, marito, cugini primi, secondi, eccetera, a ciascheduno il suo, nemmeno un'ora di più; è la tariffa del dolore pesato, direi quasi, a once e dramme. Si lasciano le case ov'è entrata la morte, si chiudono a chiave le camere del caro defunto, si spediscono cento lettere dolorose coll'orliccio nero, si fa stampare l'indispensabile necrologia, si ricevon le visite d'una monotona e ceremoniosa condoglianza, si vestono di nero i fanciulletti che sorridono, e il servidorame che susurra e conta sulle dita il sospirato assegnamento vitalizio. E intanto che si deplora la luttuosa morte, con tutta l'energia della vita si disuggellano e confrontano i testamenti, si frugano e si compitano i codicilli.
Ma io venero il dolore della povera gente, quello schietto e rozzo dolore che non conia frasi, e di conforto non vuol saperne. Nessuno, fuorchè il buon campagnuolo, mi parla più del suo nonno buon'anima; nessuno, fuorchè la vecchia massaia, o la sposa de' nostri contadi, quando ricorda alcuno de' suoi che non è più, ne accompagna il suo nome con quel santo augurio: Gesù per lui!