— Ma... non saprei! forse da una vincita a tarocchi?

— Eh via! tutt'altro.

— Ma dunque da che? domandarono a una volta l'agente e lo speziale.

E il dottore con voce seria, bassa, come rivelasse un mistero: — Vengo in questo punto dalla villa ****, dove fui chiamato, per visitar quel signore inglese, quel lord, ch'è venuto a starvi due mesi fa, e che adesso minaccia di lasciar qui le ossa!

— Oh!... sclamarono a coro, lo speziale, l'agente, il curato e il signor Gaspero.

— Se la è così, soggiunse poi il primo d'essi, voi gli avrete dunque parlato, a quest'uomo così ricco e così arrabbiato, che nessuno ancora ha veduto ch'è tampoco, perchè se ne sta sempre chiuso laggiù nel palazzotto, come l'orso nella sua tana.

— Dite, l'avete veduto?

— Veduto? no, veduto veramente, no!

— Come? bravo dottore! disse ridendo sonoramente il signor Gaspero. Ma che razza di visita gli avete fatto?

— Dirò, ecco qui cosa fu. Io me n'andava stasera solo e quieto a casa mia, al batter delle nove, e stavo per metter la chiave nella toppa della porta, quando mi si fa incontro, e mi ferma, tagliando l'aria con un gesto, un uomo alto, vestito di nero, meglio ch'io non sia. Domando che cosa voglia; non risponde, toglie fuor di tasca una letterina, e me la consegna. Io non poteva leggerla al chiaror di luna; dunque entro in casa, e invitato colui a salire, gli domando se aspetti risposta; egli mi fa segno col capo di no, e si pianta ritto, là, presso la porta. Salgo le scale, chiamo mia sorella Cecilia, che corra col lume: era al buio ancora la stordita! Basta, quando Dio volle, ella comparve col candeliere, e io, che morivo di voglia d'uscir del dubbio, apersi la lettera; era linda, lucida, e scritta d'un caratterino d'amore, bello da baciare...