VIII. AMICIZIA.
In quel mezzo, dopo il primo incontro d'Arnoldo e di don Carlo lungo il solitario sentiero della montagna, la conoscenza loro s'era fatta non solamente più fidata e più stretta, ma, grazie al costume, all'alterna stima, e allo stesso giovenile entusiasmo del cuore, era divenuta oramai una vita compagnevole e intima.
Il giovine inglese non ebbe a male quella prima peritosa accoglienza del vicecurato; e il giorno dopo il loro incontro, come gli aveva permesso, venne a visitarlo, e seppe con maniere riverenti e modeste cattivarsene l'attenzione e la fiducia.
Quella stessa mattina, quando nel partire attraversò il salotto a terreno della casa, il giovine rivide le due donne che aveva notate nella chiesa, la domenica innanzi; e il prete, accompagnandolo fino alla porta, gli disse ch'erano sua madre e sua sorella. La prima, al suo passare, aveva fatta una riverenza; ma la fanciulla non aveva sollevato la testa dal lavoro al quale stava intesa.
Don Carlo, tornando col pensiero al novello colloquio avuto con Arnoldo, conobbe che l'anima di questo giovine non era solo dilicata e onesta, ma degna ancora di studio, e di raro pregio. Si persuase che Arnoldo non era uno di quegli scioperati che viaggian per paesi, di cui non sanno che il nome, d'altro non solleciti che degli agi e piaceri che abbandonarono in casa loro. Poco gli bastò per intendere che l'anima di lui era calda di nobili affetti e di volontà generosa, che lo spettacolo di tante cose nuove vedute e cercate aveva messo nel suo cuore, non logorato ancora da impetuose speranze, nè da violente passioni, un'incerta tristezza di pensieri, un'involontaria e immatura dubbiezza di tutto. Era la timidità d'una mente degna di miglior sorte; era l'inerzia d'una vita giovine e negletta che ripiegasi, per dir così, sopra sè stessa, nell'indifferenza delle cose che la circondano; era l'uomo che s'abbandona per non si rialzar forse mai, se la sventura nol trascini alla disperazione, o l'ebbrezza della fortuna non l'acciechi con un delirio.
Arnoldo aveva cuore schietto e ardente. Egli non era creato per le compassate e meschine passioni, che nella nostra società trovano sempre la loro nicchia: ma a lui mancava quella costante energia del volere, che sola dà forza per trionfare delle grette apparenze di virtù che il mondo accarezza, e per non farsi reo di quelle piccole infamie, con cui si pensa bene spesso di guadagnar la stima degli altri. Benchè nato in quella casta privilegiata, che di per sè stessa chiamasi il gran mondo, egli cercava un'aria men corrotta; ma volle, per dir così, venire a transazione co' suoi affetti, con la sua coscienza; e non seppe più vivere nè d'illusioni, nè di dolori. Anzi non potè gettarsi di dosso la noja che gli si fece compagna, quando vide andarsene in fumo tutte le felicità, tutte le virtù che aveva amate; quand'egli, che si credeva così esperto della vita, conobbe che il mondo era ben diverso da' suoi sogni, e confessò d'esser novizio.
Allora ritornò alla memoria de' suoi primi anni; tornò fanciullo nel grembo di sua madre, alla meditazione di quell'ore felici, quando ignorava che cosa fossero la gloria, la felicità, l'amore, nè d'altro si nutriva che delle belle speranze dell'avvenire, educato dalle sante parole dell'affetto materno e da' semplici consigli della sapienza. Ma, aimè! quello fu l'ultimo incanto della giovinezza; sentì di non poter più riposare nel passato, si trovò solo.
Eppure l'anima sua era sempre travagliata dal desiderio della vita e del riposo, perchè in essa il fuoco della virtù non era spento; e viveva tuttavia, benchè negletto, in un angolo del suo cuore, un barlume di fede. Le vicende de' rapidi e diversi viaggi, che sovente trascinano al cinismo e alla noja, conciliarono in vece l'anima d'Arnoldo all'amor della pace e della solitudine. Da quel tempo, una tinta di non so quale malinconia fu sparsa in tutti i suoi pensieri.
Rifece allora gli studii della adolescenza, amò la semplice verità, e si persuase che la miglior felicità che sia lecito sperar quaggiù, consiste in una vita libera e operosa, in una vita spesa a profitto altrui nell'onestà di tranquilla fortuna, senz'aspettare di esser dagli uomini ricambiati del bene che facciamo, ma con l'intima fede che il bene di per sè stesso produrrà lieti frutti quando che sia. Pure per lungo tempo, abbandonato com'egli era, nulla meditò, nulla fece; e la coscienza della virtù non era altro ancora che un bel voto de' suoi pensieri. Alla sua vita mancava tuttavia l'alito primo, il conforto dell'amore e dell'esempio, che dà il coraggio dell'azione. E giunto a quell'ora, in cui è forza lottare fra il disinganno e la speranza, l'anima sua o si giaceva prostrata nell'inazione, o gemeva della sua inutilità, come sotto il peso d'un vecchio rimorso.
Lo sguardo cauto e sagace del vicecurato aveva indovinata la vita di quel giovine, che non era fatto per un destino infelice, e pareva volerlo. Il loro colloquio gli spiegò ben presto tutto il profondo d'un cuore, che a caro prezzo comprava l'amara lezione dell'esistenza. Ma egli, a cui era toccato d'assaggiare innanzi tempo di ben più fieri dolori, egli che nella sua ora aveva, come un uom disperato, combattuto e vinto, sentì allora una segreta e dolce compassione di quell'abbandonata giovinezza, e si compiacque nella fiducia di consolarla e di sostenerla.