IX. AMORE.
Ma in quell'amicizia, che il giovine forestiero aveva cercata con tanto studio, non si nascondeva un'altra cura più gelosa e segreta, un pensiero più intimo, più ardente, il primo pensiero dell'amore, l'imagine di Maria?
Il giovine non può esser mesto a vent'anni: egli non vuole allora la malinconia e la meditazione, ma ha bisogno d'un affetto più potente che l'aiuti, che gli faccia sentire il fremito della vita; sia l'amore o l'ambizione, la gloria o la scienza, sia l'avvenire o la fede che lo commuova, gli è forza che il suo entusiasmo si nutra e viva. Guai a colui che a vent'anni ha il fiele dell'amarezza nel cuore, e il ghigno del disprezzo sul labbro!
È nella solitudine, nella pace della campagna, che il giovine è più inchinevole alla dolcezza d'un affetto. Nel seno d'una bella e tranquilla natura, noi siamo, o almeno ne par d'essere, più virtuosi; crediam più facilmente all'amicizia, ascoltiamo il consiglio della benevolenza, gustiamo la pietà, cerchiamo l'amore. Non tutti pensano che sia così, ma non conta: non sono io il primo che così pensi e creda.
Arnoldo fra gli altri così credeva. Nella vita solinga, abbandonata che menava in quel villaggio, presso a suo padre, alla sua famiglia, e costretto a nascondersi, a divorare in segreto il suo cordoglio, aspettando pur con fiducia che qualche raggio amico lo riconducesse nel seno de' suoi, la coscienza del giovine e saggio vicecurato era stata una gioia, una felicità per lui. Trovandosi solo, egli sentiva la necessità di cercar un amico che temperasse il suo sconforto, e lo compatisse. E questa sì cara amichevole servitù nessuno gli avrebbe potuto prestare meglio che don Carlo, il quale de' dolori di questa terra aveva abbastanza veduto per poterli prendere sul serio.
Qui Arnoldo gli scoperse perchè ruppe col padre suo; e di quella domestica guerra di cui molti avrebber riso, egli vide e conobbe tutta l'acerbità e il disgusto. E non solo ne patì per l'amico, ma gli consigliò di tornare in pace a ogni patto, dicendogli che la collera del padre non poteva esser vinta che dall'amore delle sue sorelle.
Ma quando Arnoldo si rallegrava con sè stesso dell'amico acquistato, una memoria più cara gli si risvegliava nell'anima. Si ricordava di quel giorno in cui aveva ascoltata la predica del vicecurato, là nella chiesa del paese. Pensava a quella bellissima e modesta creatura, che aveva veduto pregare, inginocchiata presso la madre, a quella sembianza malinconica e pur così serena nel dolore, a quel volto candido sotto il nero zendado. Egli aveva accompagnato con la sua la preghiera che allora faceva l'anima sofferente della fanciulla. Poi si ricordava che il dì appresso, quand'egli era ito a visitare il prete nella sua casetta, aveva riveduta la fanciulla, e al rivederla s'era turbato: ella invece non aveva sollevato gli occhi, non s'era quasi accorta di lui; e la piccola scortesia gli era dispiaciuta.
Questa memoria ei la serbava come un segreto; ma non ardiva ancora d'interrogare il proprio cuore, quantunque il dubbio, in cui egli era, gli fosse assai penoso. Ma poi, di volta in volta ch'egli tornava alla casetta del lago, e quando, fatto più dimestico con le due donne, vide la semplice bonarietà della madre dell'amico suo, e scoperse l'anima delicata e sensitiva della sorella di lui, allora provò una gioia tranquilla e solitaria, una consolazione che non aveva gustata da tanto tempo. Respinto dalla sua, parevagli quasi d'aver trovato un'altra famiglia; i suoi pensieri, che prima erano agitati da un gran tumulto di cose, i dubbii cocenti che sempre lo travagliavano, le speranze incerte, le visioni che disturbavano i suoi sonni e la sua solitudine, tutto il cuor suo si faceva sereno, si riposava, appena egli passasse il limitare di quell'umile casa — dove non era nessun rumore, fuorchè il lento batter del fiotto al basso del muricciolo dell'angusto cortile; dove non era nessun'ombra fuorchè quella della verde tettoia formata dalla vecchia vite che saliva bistorta accanto all'uscio della casa.
Al primo avvicinarsi a Maria, egli non poco si maravigliò, chè gli parve di trovare in essa una rara modestia, una riserbatezza semplice insieme e sicura, insomma una soavità di costume che, alla prima, annunziava non solo la bellezza nativa del cuore, ma anche lo studio e la squisitezza de' modi. Il suo portamento era timido, ma aveva non so qual vezzo; il sorriso rado e quieto, il parlare assai modesto, ma vero; e quel che più toccava il cuore, era il suono dolcissimo della sua voce. Ella portava sempre un vestitino schietto, semplicissimo, ch'era povero ma mondo, e fatto dalle stesse sue mani; i suoi bei capegli eran pettinati con gran cura; le sue mani bianche, come quelle d'una damigella. Ben vedevasi ch'ella conosceva d'esser nata in umile stato; ma che pur non aveva dimenticata ancora la gentilezza delle consuetudini d'una volta, la più eletta educazione della sua prima età.
Arnoldo trovava Maria spesso taciturna e pensierosa. Egli non le aveva parlato quasi mai, quantunque la vedesse sovente; perchè ben di rado ella e sua madre discendevano nel salottino a terreno, quando il giovine vi si trovava in compagnia del vicecurato. Quindi Arnoldo ardeva del desiderio di conoscere i pensieri di quell'anima pudica e ritrosa, che pareva chiudere in sè stessa un tesoro di dolcezza e d'amore. E cominciò a pensare che la giovinetta doveva sentir con dolore la povertà della sua condizione, perchè il suo cuore era stato un giorno accarezzato dalle grazie della vita; a pensare ch'ella aveva la virtù d'esser felice ancora nell'oscura sua tranquillità, e che forse sentiva più forti que' nobili affetti di che il fratel suo gli ragionava sempre con tanto ardore. Arnoldo aveva egli potuto legger nel cuore di Maria?... O era il suo un incauto sospetto, un fumo che appannava il limpido specchio di quell'anima pura?...