— Oh non importa!... Ma sì, aspetterò, bisogna ch'io parli a don Carlo. — E seguendo la donna, attraversò le due stanze a terreno, e per la scala che riusciva in un canto del salotto, ascese nella camera dell'amico. Marta pose giù sur uno scrittoio il lume, e se n'andò.

Poco stante, egli s'accorse che le due donne eran tornate a casa, intese la voce di Maria che cercava di Marta, quella voce che gli era sì cara. Poi rispondersi, bisbigliare fra loro, e non far zitto... Certo Marta aveva detto alle donne ch'egli era là, ed esse s'eran ritirate nell'ultima cameretta, dall'altra parte della casa.

Intanto Arnoldo aspettava. E lo sguardo suo errava distratto su le carte e su' pochi libri, de' quali era sparso lo scrittoio del prete: un volume delle OPERE DI SANT'AGOSTINO, un TOMMASO DA KEMPIS, un DANTE di vecchia edizione, il BREVIARIO e la BIBBIA; e qua e là, fra que' volumi, vide gettati a caso alcuni fogli e quaderni manoscritti. Ne prese uno, l'aperse e lo guardò. Eran pensieri scritti in uno o in altro giorno, nel tempo della solitudine, in ore di tristezza o di meditazione. Egli lesse in que' fogli amare parole, parole di sconforto e di sdegno, dettate, senza dubbio, da una potente e gelosa cura, e poi temperate da un voto di pace, da un ricordo di pietà o di rassegnazione, da un augurio di virtuosa coscienza.

Una pagina, ch'egli scorse con rapido sguardo, diceva:

A' 30 d'aprile 18..

«Il mio povero padre è morto! — E io non lo vidi nella sua ultima ora, io non ebbi il conforto di bagnar del mio pianto la sua testa moribonda! — Oh che lagrime io avrei sparse, e con che fervide parole pregato!.... Ma no: anche questa misera speranza doveva esser vana. — È un'altra prova che il Signore mi ha mandata!...»

A' 2 di maggio.

«.... Le lagrime di mia madre, il dolore tacito e rassegnato della mia dolce sorella, hanno umiliata l'anima mia. E a me tocca di consolarle, a me di sorridere, col cuore serrato dall'affanno! Datemi forza, o Signore; e benedite, benedite sempre a quelle pietose e cristiane creature!

E più sotto, a caratteri rapidi, intralciati, che mostravan la foga dello scrivere:

«.... Perchè il cielo è così sereno, e la natura così feconda e lieta? — Una storia di secoli di sangue, inutile insegnamento a' miei fratelli — una contrada senza nome e senza avvenire — un'età grave a sè stessa — uomini vili e ciechi, che non sanno se vivano e perchè...! Non è uno scherno della provvidenza?... O forse è la pena d'un eterno peccato, la dimenticanza della prima virtù che Dio ci ha data, la virtù del volere?... No! no! via da me questi mortali e terribili pensieri! — Non ho madre e sorella, a cui preparare una sorte migliore, non ho tanti poveretti a' quali un dovere più sacro della vita e della morte mi lega per sempre?............