— Di che?
— Eh signor Gaspero! penso ch'io sono una bestia a ciarlar tanto di queste materie così gravi: lasciamo andare, lasciamo andare....
— Ehi, m'offendete! dite su! Credete ch'io sia un bamboccio o un birbone? Parlate!
— Ma! ma! ma!... voi non sapete che brutto rischio si corre....
— Ditelo, che lo saprò.
— In somma, in somma! volete propio saperlo?... Io credo che ci sia in aria qualcosa di torbido, di marcio, cioè di... rrrr... E nell'orecchio dello strabiliato compagno finì una terribile parola.
— Bah!...
E qui tacquero tutt'e due, e si guardarono in faccia un pezzo l'un l'altro, senza batter palpebra. Poi il signor curato, levando lentamente una mano, e mettendo l' indice a traverso le labbra, diede all'amico un'occhiata di gran significazione, come per dirgli: Silenzio, per amor del cielo!
E l'altro, facendosi piccino e stringendosi nelle spalle, rispose con la stessa smorfia.
In quel mezzo, altri capitavano su la spianata, e camminando sbadatamente andavan di lungo pe' fatti loro; se non che, due d'essi, veduti ch'ebbero don Gioachino e il signor Gaspero, attraversarono la strada, e vennero difilati alla volta loro. Erano il dottore e il deputato politico del paese. I quattro fecero tra loro le solite scambievoli cortesie, con una sberrettata che rese l'uno all'altro in aristocratica solennità, a grand'edificazione de' villani che di là passavano. La conversazione interrotta si rannodò; e fu lo stesso curato che per il primo pigliò la parola, sollecito di mutar l'argomento, e pauroso non fosse mai per iscappare al signor Gaspero qualche allusione alla confidenza fattagli.