Quel giorno era una domenica. — Dalle sponde e per le costiere de' monti che coronano le acque tranquille del lago di Como, s'udiva a intervalli ripetersi per l'aria e confondersi, a cento distanze, quasi in allegro accordo, uno scampanare di festa dai paesetti, de' quali è seminata quella beata parte di terra.
Il più bello di quella scena, la ridente prospettiva di tanti villaggi che illuminati dal sole si specchiano nelle onde, quel misto di luce e di colori, quelle indefinite temperanze di vapori e d'ombre, tutto ciò sfida del pari il pennello del pittore e la magia della parola. Non son altro che poveri casali sparsi qua e là, sul dosso d'una collina, sulla costa d'un monte, o a fior dell'acqua; spicca solamente fra essi qualche casa più alta dell'altre, dipinta di bianco e circondata da una vite verdeggiante, o protetta dal bizzarro fogliame di qualche albero antico. Eppure sono i luoghi che t'accontentan l'occhio e il cuore, e che, veduti una volta, non sai più dimenticare.
Al solo volger dello sguardo, su d'ogni punta che si prolunga nell'acqua, vedi bei villaggi distendersi a lungo della sponda, l'uno più dell'altro pittoresco e ameno, che sembrano sorti fuor del lago per incantesimo: su di ciascuna riva, su di ciascun'erta, arrestano la tua attenzione nobili e vasti palazzi degni di principi, a' quali ascendi per un ampio ordine di scaglioni; villette solitarie ed eleganti, che s'elevano al piede o sul fianco della montagna, ricinte di giardini tutti in fiore, adorne di piante rare e strane, consolate d'ombre perenni; più in su, la meschina casupola del montanaro e l'angusto suo campicello; poi la costiera si fa più ripida; spesseggiano gli arboscelli, e salendo ancora, non discerni che larghi strati bigiognoli d'ardesia, erbe grame che ne tappezzano i fianchi, e il saltellare d'acque montane. — Dall'una all'altra parte ti si presentano innanzi, ad uno, a due, a tre, i paesetti, quale sopra una pendice boscosa, quale sopra un ciglione tagliato a perpendìcolo, o in un seno di lago, o a cavaliere d'una roccia nuda e sporgente; mucchi di case, che ti sembran colà annidate per un giuoco dell'uomo: e se sollevi gli occhi fino a' vertici più alti, vedi disegnarsi nell'azzurro del cielo i contorni d'un'antica chiesa votiva, ch'è solitaria custode delle valli sottoposte.
Eccoti in faccia un bel promontorio, coronato d'alcuni gruppi di pini, ove dal poggio fino alla scesa siede il più vago paese che ti si dipinga alla veduta; scena pittoresca di case modeste e tranquille, d'ombrosi vigneti e d'orti aprichi; pacifico asilo che seduce e invita nel suo seno l'uomo stanco delle cose di quaggiù. E dietro a questo superbo spettacolo d'acque, di piante e d'abitari, vedi altri monti; e dietro a quelli, altre cime, le Alpi; poi tutto l'orizzonte lucido e fiammeggiante, il sole che sparge una luce infinita, purissima sull'inquieta superficie del lago, e regna nel mezzo del cielo in tutta la solennità del suo splendore, come lo sguardo di Dio che si riposa sulla terra per risvegliarla alla vita. — Oh! per dire una sì gran maraviglia ci vuol ben altro che la mia povera penna.
La piccola chiesa gotica di **** era aperta; e si vedeva il buon popolo della pieve entrarvi frettoloso e divoto, in fila, a gruppi, a brigatelle, mentre che le campane replicavano ancora l'ultimo tocco della messa della domenica. Per le viuzze oscure e chiuse dalle povere abitazioni, per le callaie bistorte e fiancheggiate d'un muricciolo di ciottoli, che sboccano nella piazzetta, da ogni casa, da ogni porta del dintorno, si vedevan salire, calare, incontrarsi donne, uomini e fanciulli: le madri si menavan dietro le figliuole, mentre i garzoncelli, nel loro bell'abito delle feste, correvan saltellando, come vispi capretti, sulla riva e pel greto; le fanciulle camminavano leste leste e raccolte fra i piccoli crocchii, che i compari e i giovani del paese andavan facendo qua e là sul sagrato della chiesa, fino a che la campana tacesse.
Era proprio una bella gente; faccie floride e vivaci, fronti contente, aperte, su ciascuna delle quali avresti potuto legger la bontà del montanaro, mista a non so che d'ardito e di sagace, ond'è noto fra noi chi nacque sul lago; la bontà lombarda, e la toscana sottigliezza. I giovani sfoggiavano i loro acuminati cappelli a larga tesa, ornati d'un fibbiaglio d'acciajo, il farsetto nuovo di fustagno verde e le ampie brache di grosso velluto nero; nè più si contava fra essi che qualche vecchio fedele ancora al giubbone, all'alta cintura di cuoio e a' calzeroni di lana avvoltati sopra il ginocchio, in quella foggia che suol chiamarsi anche da noi barulè. Le fanciulle invece portavano addoppiato sulla testa un fazzoletto di vivaci colori, che copriva quella bella corona di spadine d'argento, onde le contadine lombarde hanno trapunte le trecce; andavano, quasi tutte del pari, vestite d'una semplice sottana di tela turchina, e di certi busti o giubberelli di seta o di rascia, rossi o cilestri, allacciati allo sparato delle maniche e del petto da molti galanetti di fettuccie, ch'erano una grazia. E mentre passavano, alcuna di quelle belle montanine lasciava indietro una rapida occhiata furtiva sui gruppi de' giovinotti del paese, forse cercando il suo innamorato; e qualch'altra si stringeva alla compagna, per nascondersi a uno sguardo audace che la cercava; ma la compagna volgeva il capo, e la tradiva con risa mal represse. A ciascuna giovinetta che di là s'avviasse, bisogna pur dirlo, que' garzoni arditi lanciavano di soppiatto una parolina, un motto, un sogghigno; e certo ch'eran da compatire, chè in piccolo paese si conoscono tutti, come fossero una famiglia. Ma quando videro di lontano venire alla volta della chiesa due donne vestite di nero, essi tacquero subito; e, con certo rispetto, si tirarono in disparte.
Quelle due donne erano madre e figlia; una, curva della persona, portava sul volto magro e già rugoso, sebbene non apparisse molto vecchia, i segni del dolore che accorcia l'età; l'altra era giovinetta e fresca, ma così pallida e bianca, che nessuno, in quell'abito oscuro, e sotto quello zendado nero, l'avrebbe detta una contadina. Era il suo viso di gracile contorno e d'un ovale perfetto; gli occhi, che parevano ancora rossi del piangere, teneva chini a terra; e le mani, congiunte sopra il seno con un fare onesto e rassegnato, raccoglievano lo zendado d'intorno al sottile suo busto. Essa non era grande della persona, ma snella e graziosa del portamento; e più di tutto i suoi piccoli piedi, che spiccavano sotto le pieghe della nera sottana, rapivano gli occhi. In somma, v'era in lei qualche cosa di gentile e di raro, che al primo vederla non avresti pensato mai la fosse nata da povere genti, in un oscuro villaggio; chè invece pareva, sì dilicata e contegnosa ch'ell'era, allevata nel seno di ben più eletta condizione. Eppure era un fiore bello e modesto di quell'ignoto terreno, cresciuto in quell'aria libera e viva.
Già tutti erano entrati nella piccola chiesa; dove, in silenzio e con una quiete consueta, si dividevano, gli uomini a parte destra, le donne a sinistra, savio costume antico che ancor dura nelle nostre campagne. Al cominciar della messa, s'inginocchiavano tutti al punto stesso, come i figliuoli che aspettano la benedizione del loro padre. E in quel giorno, era un loro fratello, un giovin prete del paese, che, in vece del vecchio curato, offriva per essi al Signore il divino Sacrifizio.
La sua voce era chiara, solenne, ma commossa: le semplici parole del messale, cantate da lui con severa cadenza, avevano un non so che di tremolo e malinconico. Tutti que' contadini, in un sincero raccoglimento, parevano ascoltare con più divota attenzione quelle ripetute orazioni, ch'essi non intendevano, ma che accompagnavano nella fede e nella giustizia de' loro cuori. Ma quando il prete si rivolgeva dalla mensa dell'altare per dire: Pregate, o fratelli! — o per ripetere quelle sante parole: Il Signore sia con voi! essi guardavansi l'un l'altro in atto di compassione; poichè s'erano accorti ch'egli aveva pianto, e che nel presentare al Signore i voti de' suoi fratelli aveva pur domandato per sè consolazione e pace.