— Oh Signore! ella diceva in mezzo alle lagrime, osando appena esprimere con un lamento l'angoscia del cuore. È possibile che sia così?... Ch'io mi lasci andare a pensar sempre a lui, anche senza volerlo, a lui, più che a mio fratello, più che a mia madre?... Oh! cosa son io a confronto di lui?... Povera mamma! perchè l'ho abbandonata?... Essa crede ancora ch'io sia innocente come un angelo, essa che mi diceva tante volte: Io t'ho messo il nome di Angiola, perchè tu sii sempre il mio angelo; te ne ricorda!... Ed egli?.. Oh se avesse a pensare ch'io sia venuta qui, qui in casa sua, con le sue sorelle, perchè gli voglia bene! Ah povero me! che abisso!... Come è avvenuta una cosa sì terribile?... Me l'aveva pur detto mio fratello, che in questa famiglia non credono come noi, e che per ciò appunto io dovessi esser tanto più buona e pia... E ora? sento che il cuore mi dice ch'io son rea!... No, no, non è possibile! È un sogno ch'io fo, è la mia fantasia ammalata; io tremo, e parmi quasi d'avere i brividi della febbre.

E intanto ch'essa con voce fioca diceva queste parole, s'era abbandonata sur una seggiola, accanto del suo letto, e lasciava cader sul seno la testa. Ma pensava ancora. — Io fuggirò di qui, pensava; domani, subito, io dovrei lasciar questa casa! Ma come mai lo potrò fare?... Oh Signore! quest'è forse un castigo... Pure, che colpa è stata la mia per meritarlo? Ah toglietemi voi da questa angustia!... Io sono infelice sì! ma è poi vero, ch'io faccia tanto male ad amarlo? Perchè veniva egli così spesso, lassù, in casa nostra? perchè anche mio fratello l'amava? perchè mi parve così degno d'esser amato da tutti, così onesto e cortese?... Egli voleva tanto bene a mia madre! Il suo cuore è sì buono! E come si compiaceva di sedere all'ombra della vite, sui nostri scanni di paglia, di parlar con noi, di raccontarci tante cose! Ma io non gli ho detto mai nemmeno una parola, che potesse far credere a lui... No, no... Se io non ardisco nè anche guardarlo, quand'è presso di me! Oh se mai egli venisse ad averne il più piccolo sospetto, credo che ne morirei di vergogna!...

Qui tornava a sollevarsi, e appoggiando il viso su le palme, e i gomiti alle ginocchia, gemeva in silenzio. I suoi bei capegli, nell'agitarsi ch'ella faceva sotto il peso di quel dolore, s'erano snodati, e le si spargevano giù sulle spalle e sul grembo, a somiglianza d'un nero velo. Ma poi continuava a martoriarsi ne' suoi terrori: — Gran Dio! cosa sarà di me?... Quand'anche io cercassi di tornare a casa mia, la mamma non vorrà più vedermi; e io pur sento che adesso non avrei coraggio d'andare a gettarmi nel suo seno. E le due damigelle, esse che m'han voluto un sì gran bene, che per tanto tempo mi tennero quasi come una sorella?... Ah no! Se io non le avessi conosciute, non sarei a quest'ora ridotta a piangere così!... Ed egli? E suo padre, quell'uomo così severo, che non dice mai una buona parola, nemmeno a' suoi figliuoli?... Io credo che se avesse a saperlo m'ucciderebbe forse con un solo di que' suoi sguardi!... Oh misera ch'io sono! io vedo che quest'amore sarà la mia morte!...

Così ella, che fin allora aveva indirizzata tutta la sua mente a quella candida affezione e che altro più non sapeva desiderar nè cercare, adesso ne rifuggiva con terrore; e per la prima volta che s'accorgeva di amare, gustava tutto l'assenzio che si mesce all'amore. L'idea della sua pace perduta, il dubbio e la vergogna, la memoria de' suoi, il dolore della sua povera sorte, i pensieri di Dio e della sua fede innocente, e, insieme a questi affanni, anche la sola nascosta speranza che nutriva, di poter pure essere amata, tutto le pesava sul cuore già debole e stanco; e una folla di nuove e tremende immagini le accerchiava la mente smarrita.

E già si sentiva venir meno a poco a poco; i suoi pensieri si mischiavano, si confondevano, più rapidi, agitati, cocenti; poi le pareva si facessero cupi, gravi, un peso insopportabile; ella perdette la conoscenza, e abbandonò la testa su gli scomposti cuscini del letto.

La sua fronte appoggiavasi grave e lenta sopra il braccio manco; e la sua faccia appariva d'una bianchezza muta, al par delle lenzuola su cui riposava. Nella dolorosa inquietezza di quell'oppressura, la semplice e linda vesticciuola che le stringeva la persona, s'era slacciata allo sparato del collaretto; e sul candore del suo collo e d'una spalla seminuda spiccava la nera striscia d'un nastrino, dal quale pendeva una piccola crocetta d'argento, un dono fattole dalla sua nonna, fin da quando essa non aveva che sette anni.


Arnoldo aveva abbandonata prima della mezzanotte la splendida festa; e per le vie mute, solitarie della città, ritornava a casa, in compagnia de' suoi pensieri torbidi e malcontenti. L'allegria del ballo, la pompa della bellezza, e lo sfoggio dell'onore e dei tesori più non potevano scuotere da quell'anima giovine e malata l'inerzia che la spossava, nè domarne la noia che innanzi tempo vi s'era messa, la noia, questa dura fatica d'una vita che non è feconda.

Allorchè Arnoldo, rientrato in casa, passò lungo il corritoio, su cui s'apriva la camera di Maria, ne vide l'uscio socchiuso; il poco lume che n'usciva, era quel bagliore morente che tremola nell'ombra, come un augurio sinistro. Egli passò, ma il suono d'un gemito profondo, affannoso, lo fece sostare un istante, l'agghiacciò d'improvviso. Tese l'orecchio, stette ondeggiando fra due pensieri, un brivido ignoto gli sopraprese; poi aperse cautamente l'uscio, ed entrò nella cameretta.

Maria posava come prima sulla seggiola, abbandonato il capo sul letto, e il viso coperto d'un pallore mortale; se non che aveva le braccia raccolte sul seno, e le mani congiunte insieme, in atto di preghiera.