Sognava le cime delle sue montagne, i temporali del lago, il fulmine che incendiava la casa di sua madre; sognava d'essere trasportata attraverso a un turbine di polvere, in una carrozza trascinata da cavalli coperti di schiuma, e si vedeva seder vicino un giovine, vestito di nero, pallido e muto, che la guardava con occhi immoti, ardenti... Ella voleva dar un grido, ma la voce le moriva soffocata nel seno; sentiva un gran peso sul cuore, un fuoco in ogni vena, e il cocchio fuggiva, volava, senza calpestìo di cavalli, senza strepito di ruote, e per l'aria morta non si sentiva un soffio di vento; ai lati, di fronte passavano, sparivano come per magìa, selve, case, rupi, rovine; e quel giovine era sempre al suo fianco, immobile, e sorrideva con un sorriso che la faceva abbrividire... Voleva essa gettarsi dalla carrozza, ma l'impeto del balzo che arrischiava, non finiva mai, e le toglieva il respiro, ed era come un'agonia eterna. — Poi la scena mutavasi... Le pareva di trovarsi nella camera in cui era nata, nella camera del suo povero padre. Avvicinavasi allo scomposto letto, sul quale giaceva addormentata la madre sua; s'inginocchiava a lato del capezzale, pregando in silenzio, aspettando ch'ella si risvegliasse; poi sollevava la testa, tendeva l'orecchio, ma non udiva nè respiro nè anelito; quel sonno era dunque sì grave?... Levavasi allora, stringeva tra le sue mani la destra della dormente: quella destra era fredda fredda! Si chinava per baciar la fronte materna... Ahi! sua madre era morta! — Ma quell'affanno non bastava; altro era il luogo del sogno, altri i terrori. Era la chiesa del suo paesello, era il confessionale del vecchio paroco; ella si metteva in ginocchioni presso la piccola grata, tentava di parlare e non poteva... Alla fine, mormorò una parola sola, e la voce del confessore proferì sul suo capo la maledizione del Signore e la dannazione eterna... Gran Dio! era quella la voce del fratel suo! Allora la poveretta cadde all'indietro tramortita sul pavimento della chiesa....
E risvegliavasi coperta d'un freddo sudore, senza conoscenza del dove si trovasse, senza saper quasi di tornare alla vita; tremava di raccapriccio, sentiva uno spasimo, una contrattura in ogni fibra, le si oscuravano gli occhi, la sua mente si smarriva; e le pareva che il dolore e lo spavento fossero per finire con la sua vita. Poi ricadde assonnata, e nulla più seppe.
Alla tarda mattina, nel ridestarsi, trovossi fra le braccia della buona Elisa. E l'Elisa solamente aveva qualche parola di conforto per la sua povera amica. Oh! come volontieri Maria avrebbe versato nel seno di lei il suo caro e penoso segreto. Ma troppo essa temeva che nessuno avrebbe voluto credere mai alla sua pura intenzione.
Finalmente, passato il terrore di quella notte, e riavutasi un poco, lasciò il letto, dicendo di sentirsi bene, ma di non essere ancora in istato d'abbandonar la sua camera. Si mise a lavorare, ma quasi le sue dita non potevano adoperar l'ago, nè tenere le cesoìne, e la sua mano tremante cadeva spesso sul grembo. Traevasi lenta presso alla finestra, e stava talvolta per lunghe ore a guardare il cielo cenerognolo e i tetti coperti di neve delle case dirimpetto, e le persone che passavano per la strada e che apparivano al suo sguardo appannato come ombre indifferenti.
Pure, dopo quella muta quiete, v'era dei momenti in cui l'anima sua s'apriva ancora alla gioia d'una candida speranza, ai pensieri del suo affetto virtuoso. Quand'essa tornava col cuore a' quei dì felici del passato autunno, ne' quali ancora non sapeva d'amare; quando dimenticava sè stessa, e l'assenza di lui faceva per un istante più ardita la sua timida fiamma, allora il suo bel sorriso di prima rasserenava ancora il suo volto, e il sospiro d'una segreta dolcezza scopriva involontariamente la fiducia del suo povero cuore.
Erano quattr'ore dopo mezzodì, quell'ora in cui la nostra città è così malinconica e tetra nell'inverno, dopo che un breve saluto del sole, apparso a consolar la fredda mattina, è già fuggito, e quando la nebbia bassa, densa, umidiccia nasconde tutto il nostro bel cielo lombardo. Erano dunque quattr'ore, allorchè una fanciulla ravvolta in una mantellina di seta oscura, e chiusa nel velo nero di che aveva coperto il suo cappellino modesto, attraversava il ponte, che dalla via dov'era la casa dei Leslie mette presso alla piccola chiesa di San ***.
Ella entrava nella chiesa, dopo d'aver più d'una volta lasciato sfuggire indietro uno sguardo, quasi che temesse d'esser veduta o seguita. Chi in quel momento le fosse stato vicino, si sarebbe accorto che la giovinetta camminava incerta e paurosa, avrebbe dubitato ch'ella entrasse nel luogo santo, non già per deporre a' piedi del Signore una preghiera consueta, ma per cercare un ricovero, un luogo qualunque, dove le fosse concesso d'adagiarsi e riposare; perchè pareva veramente ch'ella a stento potesse reggersi su la persona.
La chiesetta era vôta; solo una povera donnicciuola stava pregando ginocchione sui gradini della balaustrata dell'altare, e il susurrío delle sue orazioni interrompeva la solennità di quel sacro silenzio. Faceva già buio all'intorno; e la luce moribonda del giorno si spargeva appena nell'alto della nuda vôlta. Il vecchio sagrestano, uscito del piccolo coro, veniva a versar novo olio nelle lampane dell'altare; e poi, attraversata la chiesa, andava ad accendere un cero innanzi a un'immagine dell'Angelo custode, in una cappella a fianco dell'altare. Rientrato ch'egli fu nella sagrestia, s'intesero indi a poco alcuni rintocchi lenti, malinconici della campana. Era il primo segno della benedizione della sera.