—Come volete; e alla nostra!
Il signor Omobono, che aveva fatto l'invito, cominciò a bere a centellini; l'antico maestro di scherma tracannò il bicchiere d'un fiato, e cogliendo il punto che l'altro mise giù il suo, votò pacatamente anche quello, come fosse un cordiale. Poi tolse fuori dalla tasca del lungo pastrano turchino una pipa corta e la borsa del tabacco, empì il camminello, e accostato il brano di una bisunta dama di cuori al lumicino ch'era in un canto della buja bottega, accese la pipa. Assaporando le prime boccate di fumo, si calcò il cappello sugli occhi, e se n'andò in compagnia del suo degno amico.
Capitolo Terzo
In un'angusta e solitaria cameretta dell'antica canonica di san ***, passava intanto i suoi dì, nel silenzio e nel raccoglimento de' sacri studj, Celso il minor fratello di Damiano, sotto la rigida, mortifera disciplina del padre Apollinare, suo protettore e maestro. Già abbiam veduto come quest'uomo, in una certa sfera dell'alta società, fosse riverito e potente. L'ex-frate, poichè egli era tale, sebben da tutti per segno di rispetto fosse ancora chiamato Padre, era venuto da parecchi anni a Milano; ma nessuno sapeva lo scopo della lunga stanza ch'egli vi aveva tenuto. Non era mai stato per certo un luminare della sua congregazione; ma, con una cotale austerità di frasi, col gelido costume, e con una specie di ascetica indifferenza alle cose del mondo, egli copriva forse alti e misteriosi fini. Da gran tempo cercava un'umile e mansueta creatura, della quale potesse foggiar l'animo a suo talento, e sperava d'averla rinvenuta in Celso.
Il buon chierico, aveva passato non breve stagione nell'assidua ubbidienza ad ogni benchè menomo volere del padre Apollinare, ch'egli chiamava suo benefattore; non movendo passo fuor di casa, non distaccandosi mai dai polverosi in-folio che il superiore gli faceva digerire l'uno appresso l'altro; non osando neppur chiedere di visitare la sua famiglia: e non si faceva lecito tampoco d'andarne a leggere l'ufficio della Madonna nell'attigua chiesa, senza la permissione del Padre.
Amava lo studio, amava la pace del meditare; e avendo di buon'ora raccolte le forze della mente e del cuore nella contemplazione delle sacre dottrine, seppe fare di questo studio l'unica contentezza della sua vita, il suo fine. Alla mattina, dopo le funzioni della chiesa vicina, alla quale soleva accompagnare il Padre, per servirgli la messa e attenderlo poi nella sacrestia, se ne tornava a casa con lui; e intanto che il superiore, nel damascato seggiolone a fianco del camminetto, sorbiva lentamente il cioccolatte, egli, seduto dall'altro canto, gli faceva ad alta voce lettura dell'ultimo quaderno della Voce della Verità, ovvero delle Memorie di religione e di morale, che il Padre a quando a quando interrompeva con qualche pio commento, fra l'una e l'altra fetterella di pane abbrustolato. Poi Celso ritiravasi nel suo camerino, dove una vecchia fantesca gli recava una scarsa zuppetta di brodo annacquato, solita sua colezione: il povero abate pensava alla mamma, alla povertà di casa sua; e quel magro cibo gli tornava abbastanza saporoso. Si metteva a studiare, e studiava colla quieta delizia dell'anime timide e buone; finchè non tornasse al suo ritiro la vecchia arcigna, per chiamarlo nel salotto. Il Padre gli regalava allora, per mezz'ora buona, una filatessa di consigli e d'avvertimenti morali, sfoggiando di tanto in tanto la quintessenza della sua dottrina teologica, che allo studioso abate, benchè non osasse pur confidarlo all'aria e quasi ne sentisse rimorso, non era mai sembrata gran cosa. Per tal guisa l'ex frate soggiogava a poco a poco quell'anima sì tenera del dovere. I molteplici affari, de' quali il Padre era centro, lo obbligavano ad una estesa e vigile corrispondenza, alla quale ormai non poteva più bastare da solo. Far venire un compagno sarebbe stato il meglio; ma la cosa nè era facile, nè prudente; e poi il Padre non voleva socii, non voleva riscontri. Fu per questo ch'egli aveva deciso di allevare sotto agli occhi proprj e formarsi, per dir così, una creatura, che fosse come cosa sua, attaccata al suo volere, di null'altro curante, sottomessa, muta. E questa fortuna era toccata al buon abate Celso.
Finita la cotidiana spirituale conferenza, il Padre, a un'ora dopo mezzodì, permetteva al suo alunno di tenergli compagnia al desinare; e allora, se pur nol vincesse qualche grave preoccupazione, si piaceva di spogliar la sua scorza austera; allora parlava anche, ma sempre con cauto riserbo, di cose mondane e di cittadini pettegolezzi, a' quali soleva pigliar parte, berteggiando a suo modo, anche la vecchia Dorotea che li serviva. Celso di tempo in tempo metteva egli pure qualche timida parola; ma ogni volta, appena desse ragione al Padre, la serva padrona gli saltava quasi al viso; e dove all'incontro, ch'era di rado, si fosse posto dalla parte di questa, l'ex-frate lo mangiava cogli occhi, strozzandogli in gola gli scarsi bocconi.
Bevuto il caffè, fatto un po' di chilo e un sonnellino, il Padre usciva. E di solito non tornava più a casa fino ad una cert'ora, senza che si riuscisse a sapere nè dove, nè che mai avesse a fare. L'abate intanto saliva al suo stanzino, a' fedeli volumi latini, alle solitarie meditazioni. Verso il tramonto, lo si vedeva attraversare, colle braccia raccolte al petto e gli occhi a terra, l'erboso cortile della canonica; entrar nella chiesa per la porta della sagrestia; e colà, nell'ombra del coro presso l'altare deserto, leggere e pregare fino a quando, data la benedizione della sera, la chiesa rimanesse deserta dagli ultimi fedeli. L'anima di Celso in quelle ore poteva sollevarsi al cielo; pregava per i suoi; domandava al Signore la grazia di camminare per la diritta via, e gli offeriva l'olocausto della sua giovinezza e l'incenso della sua fede.
Anche in questa rigida e monotona vita, Celso sperava e amava; ma nel tempo stesso provava una stanchezza, una malinconia che non di rado mutavansi in dubitanza e terrore. Era l'alito di quell'uomo che aveva cominciato a penetrare il suo spirito; era quell'alito che lo anneghittiva, senza quasi ch'egli lo sapesse. La vera e santa parola della religione non inaridisce i cuori; ma li tempra soavemente al bene; non è parola d'ira e di vendetta, ma di perdono e d'amore.
Celso aveva sortita un'anima sensitiva in un corpo gracile e delicato; e però quella cieca e paurosa dottrina, che insensibilmente gli veniva stillata in cuore dall'ex-frate, gli avvelenava quasi ogni fidanza del bene, e lo prostrava in lunghe e dolorose incertezze. Pensando al passato, la sua mente tornava limpida e sicura; egli sentiva più forte il bisogno d'amare coloro che vivevano e pativano con lui; venerava la memoria di sua madre, non aveva altro desiderio che di vedere i suoi cari, di vivere con loro.