Ma poi, appena udisse la voce del superiore, chinava il capo, adempiva il più piccolo suo cenno; e quasi sempre si pentiva de' pensieri che aveva avuto. Se usciva di casa, camminava timido, rasente la muraglia, raccolto nella breve sua cappa, il viso affilato, pallido sì ma dolce, le labbra smorte e sottili, la testa inchina: avresti detto che volesse fuggir frammezzo alla gente; e sovente faceva sorridere il passeggiero. Ma più d'uno guardandolo, con un segreto senso di compassione, usciva a dire:—Quel povero abatino non vuole arrivar a tempo a dir messa!

Così, per mancanza d'alimento, la sua oscura vita pareva consumarsi nel silenzio, come la lampana dimenticata nell'angolo d'una chiesa deserta.

Il vecchio orologio a pendolo, che spiccava sulla tavola del camminetto, nel salottino dell'ex frate, aveva già battute le sei del dopo pranzo; e contro l'usato il Padre tardava a rientrare in casa. La Dorotea, nella cucina a terreno, seduta presso la finestra, e inforcati gli occhiali sul naso, stava sgusciando semi di popone in un piattello; pareva che intanto biascicasse giaculatorie, ma in vero brontolava per la tardanza del padrone. E l'abate Celso s'era fermato nel salottino, aspettandolo, come credeva dover suo.

Seduto in un angolo, egli teneva fra mano un libretto, col quale aveva fatto da poco tempo conoscenza, e per caso, avendolo ritrovato mentre frugava nella libreria del Padre. Quella lettura, da principio, l'aveva turbato e commosso non poco nelle sue umili convinzioni, mettendo dentro di lui per la prima volta alle prese la ragione e il sentimento: e gli s'era accesa in cuore una fiamma, che facilmente poteva in breve distruggere la semenza sparsa per quasi due anni dalla rigida e gretta parola del Padre. Leggeva, e cadevagli intanto qualche lagrima; una vasta e sconosciuta regione parevagli che s'aprisse dinanzi al suo intelletto. Quel libro era un'antica edizione de' Pensieri del Pascal.

La vecchia Dorotea, la quale, fin dal principio, quando s'accorse che l'abatino non volle prendere da lei l'imbeccata, come le sarebbe tornato acconcio, non parlavagli mai, se non per mortificarlo o dirgli villania, quel dì, punta dalla voglia di saper come e perchè mai il padrone non fosse tornato ancora, entrò nella saletta, col pretesto di metter ordine a qualche cosa; e cominciò a stuzzicar con mezze parole il giovine Celso, il quale, sprofondato nella sua lettura, non le badava punto nè poco.

La saletta era quadrata e bassa, ma dipinta a scompartimenti con ghirlandette intrecciate di grappoli, sparse d'uccelletti e di conchiglie; alcuni quadroni vecchi e foschi, in nere tarlate cornici, la ornavano, dopo aver marcito per due secoli nel refettorio di qualche convento. Alle due finestre pendevano tende di percallo, di bianche fatte giallognole, che già ragnavano; sul pavimento un tappeto altra volta verde; in faccia al cammino un elegante canapè di mogano, coperto d'un bel trapunto a vivi colori, mobile degno del gabinetto d'una damina. Sulla sponda del camminetto, a lato della specchiera, pendevano quadretti di santini e madonne, ricamate sulla seta da nobili e divote mani; poi un mucchietto di libercoli ascetici, di manuali, il rituale e il breviario. V'eran pure qua e là su' tavolini, e per le scansie cento cosette d'arte, che mostravano la pretensione dell'ex-frate ad esser tenuto un buongustajo, statuìne di cera e di porcellana, vasi o canestri d'alabastro con frutti e fiori, galanterie d'oro falso; ricordi e doni votivi d'illustri coscienze.

Sorgeva sullo scrittojo una formidabile falange di latini in-folio, legati in pergamena, che quantunque non tocchi da anni, dovevan dare a' visitatori sommo concetto della sapienza teologica del Padre. Sotto un gran Crocifisso sculto in legno di bosso, che pendeva dalla parete tra la finestra e il camminetto, vedevasi l'inginocchiatojo; e presso a quello un comodo seggiolone coperto di rascia rossa: era là che alcuni peccatori titolati, ammessi all'intimità del Padre, venivano a prostrarsi in certi giorni a' piedi suoi.

Dall'altra lato sorgeva la libreria riservata, chiusa da ondate vetriere allo sguardo de' profani; e là dentro, in un cantuccio particolare e segreto a tutti, andava a seppellirsi il carteggio epistolare del Padre, e tutto ciò che potesse in qualche modo metterlo sott'occhio a persone delle quali a lui non tornava acconcio destar la vigilanza. Un altro scaffale rozzo e aperto, ingombro da cima a fondo di vecchi volumi teologici, ascetici, stava nella piccola anticamera: ed era quella la biblioteca a cui il Padre consentiva che ricorresse il giovine abate, nel primo entusiasmo dello studiare che in que' giorni lo rapiva da ogni altro pensiero della vita.

Intanto, la Dorotea masticava il suo mal umore, veggendo che don Celso non s'era pure accorto della venuta di lei: quando, a un tratto, nell'altra stanza s'udì un suono di campanello, prima leggiero, poi ripetuto, alla porticina dell'appartamento. S'accorse di subito la vecchia che non era il solito tocco del suo padrone; pur non riusciva a indovinare chi potesse mai venire a quell'ora. E si volse, per correre a vedere. Ma il passo della Dorotea non era così pronto come l'impazienza di quella persona: onde, innanzi ch'ella avesse attraversata l'anticamera e schiusa la gratellina della porta a spiar chi fosse, s'udì scampanellare un'altra volta.

—Che tu sia mal…. Misericordia! mi fa dire una bestemmia.—E intanto, tirando la stanghetta del chiavistello, schiuse a spiraglio la porta, e intravvide una giovinetta, che in modesto atto, anzi timoroso, chinata la faccia, stava esitante, senza farsi innanzi e senza parlare.