—Per me, son certa che Damiano non ha fatto nulla di male.

Appena si dissero queste rapide, dolorose parole, la porta del salottino venne aperta dalla Dorotea, e fu udita la voce del Padre:—Don Celso, venite pure… E passi anche lei, quella giovine.

Senza più far motto, il fratello e la sorella, benchè tutti e due col cuore spezzato, si fecero innanzi. L'abate si accostò allo scrittojo, dietro al quale stava il Padre nell'imbottito seggiolone, colle braccia incrocicchiate, coll'occhio scrutatore, colla fronte impensierita. Ma la fanciulla, appena fu nella stanza, si fermò tutta peritosa tra la porta e la finestra: non osava sollevar gli occhi, e non sapeva perchè il cuor suo tremasse più di prima.

—Che cosa dunque siete venuta a fare in casa mia?… disse, rivolto alla giovine, con voce tutt'altro che confortatrice, il Padre.

La Stella non rispose, non ardì nemmanco levar la fronte da terra.

—Una disgrazia ben grande… cominciò a dire Celso, accorgendosi della timidezza e della confusione di lei.

—Mettete ch'io sappia già tutto: con più rigido accento s'indirizzò il Padre al suo giovine accolito: mettete ch'io sappia che Damiano, quel vostro fratello, il qual segue da un pezzo la mala via, cominci a ricogliere ciò ch'ha seminato.

—Ah no! no, non creda…. uscì con impeto allora la povera Stella, che troppo amava il suo Damiano per sentirlo malmenare così, nell'ora della disgrazia, e tacere.

—Come, Padre? lei dunque sa?… la interruppe Celso, affinchè non venisse a cadere anche sopra di lei il rimprovero del suo superiore.

—So quel che è: ripigliò l'ex frate, collo stesso rigido e monotono attento.