—«Accogli, o Signore, proseguiva il prete imponendo le mani sull'agonizzante, l'anima del servo tuo che dal pellegrinaggio sen viene a te; manda i tuoi angioli santi ad incontrarla, che le insegnino la via e le aprano le porte della giustizia….»
L'anima di Vittore era partita. Il ministro di Dio salmeggiò ancora per qualche tempo, e poi benedisse il cadavere. E Lorenzo, il quale, col cappello fra le mani, appoggiato alla sua canna, s'era tenuto nascosto dietro quelli della famiglia, immemore quasi del dove si fosse, si risovvenne allora che a lui toccava di far qualche cosa. Sollevò dal suolo l'una dopo l'altra, le due povere donne e sostenendole con quel poco di forza a lui rimasta, le condusse via, dicendo che la sua unica stanza era aperta per esse.
Uscirono; ma Damiano e Celso vollero rimanere in compagnia del sagrestano presso al padre loro.
La candela benedetta ardeva ancora. E ben presto, i primi albori d'una bella e serena mattina di primavera, cominciavano a rischiarare di luce rosata le finestre della casa; e il primo raggio del sole che penetrò in quella stanza di morte, venne a cadere sul letto dell'estinto soldato di Napoleone.
Era l'alba del cinque maggio.
Capitolo Terzo
Il giorno dopo la morte di Vittore, la Teresa e i figliuoli vollero, senza intender ragione, tornare alla loro casa di Quadronno; chè quasi tenevano un sacrilegio l'averla in que' momenti abbandonata. Il vecchio tenente Lorenzo li aveva fatti padroni della sua deserta stanzaccia; ma ben vedeva che vi stavano a disagio, e ch'era poi tutt'uno; poichè le due donne altra cosa non facevano che piangere e pregare; peggio poi, quando non riusciva a persuaderle che gustassero almeno qualche cucchiajata di minestra.
Quel piangere, quel biasciar rosarii, facevan perder la flemma a Lorenzo, al quale sempre andarono pel verso più i fatti che le parole: ma, buono come era, in cuor suo le compativa, e non aveva mai desiderato, quanto allora, di possedere un po' di ricchezza, per dire a' figliuoli del suo amico: Prendete, mettete la sia roba vostra. Ma non potendo far ciò che voleva, lasciò che la madre e la figlia se n'andassero, anzi le accompagnò egli stesso, alla solitaria via di Quadronno, intanto che Damiano e Celso s'eran dati attorno per quelle dolorose brighe che anche la morte del povero impone ai superstiti della famiglia, subito dopo l'ultima separazione.
La casa dove abitava la famiglia di Vittore non aveva più di cinque stanze anguste, umide, dalle soffitte basse e tarlate; due a terreno, la cucina e un camerotto, in che stavano Damiano e Celso, e tre al pian di sopra; una saletta, se così poteva chiamarsi, poi la camera dov'era morto l'antico velite, contigua a quella della Teresa, e in fondo un bugigattolo, con una finestrina quadrata, aperta a mezza via fra la parete e la tettoja, in forma di abbaìno: era là che fino allora aveva dormito sonni di pace e d'innocenza la Stella.
Quelle stanze eran povere, nude, ma pur decenti; bianche le pareti, vecchia e rada la suppellettile. Era povertà, non miseria; ma povertà non trascurata, non abbietta, anzi nascosta con molta cura da quell'ordine e da quella simmetria con che vedevansi collocati gli antichi arredi della famiglia. Il rozzo pavimento, le tavole, i due armadii, e l'unica modesta specchiera e il quadretto ov'era il ritratto di Napoleone, ogni cosa appariva linda, assettata come il primo dì ch'era venuta in casa. Ma nulla di soverchio, nulla che annunziasse pur l'ombra o la memoria d'una miglior condizione passata. Chi appena ponesse il piede in quella dimora, doveva dire: Qui stanno umili e oneste creature, degne d'una sorte migliore; è l'asilo della povertà che non conosce sè stessa.