Era una domenica di luglio, non più di una settimana dopo l'incontro fatto di quel suo nemico; e in compagnia appunto del vecchio Lorenzo e di un altro giovinetto artigiano, col quale cominciava ad usare amicamente, aveva pensato fare un po' di festa, andando a merendar con loro fuor della porta Ticinese, in quella vecchia osteria che la tradizione del popolo ha destinata a luogo prediletto di gran ritrovo, in certe epoche dell'anno, e singolarmente nella festa di san Cristoforo.

Fuor dell'Arco ticinese, che il nostro Lorenzo s'ostinava, come sappiamo, a chiamar porta Marengo, seguendo la ripa del Naviglio grande e quella lunga costiera fiancheggiata di case e di tettoje, vedi in mezzo a un pittoresco gruppo di casali, detti la Cascina Campagnuola, l'antica chiesa di san Cristoforo. Fu dedicata, fin dal trecento, per voto de' buoni Milanesi dopo una fiera peste; e d'allora in poi, ogni anno, nell'ultima domenica di luglio, è costume dell'allegro popolo, divoto delle sue feste e buontempone, d'accorrere a venerare il santo gigante, e a finir la bella giornata nella vicina osteria della Samaritana, vecchia quasi al par della chiesa, e sulle aje e ne' prati che la circondano. È una delle poche feste popolari che ancora durano ab antico. E in quel dì puoi colà studiare e conoscere, qual è veramente, il popolo della vecchia Milano, colla sua romorosa ilarità, colla sua balda e franca bonomia, che di solito non invidia a nessuno dove faccia il buon pro, e canti, e non pensi al domani, sempre contento, sempre lo stesso. Dico, di solito, perchè ci sono de' giorni in cui è tutt'altro da quel che pare… e sente ancora il suo sangue antico.

La chiesa sorge in mezzo a un verde pratello, ombreggiata d'alberi secolari, fra i quali spunta l'acuto e gotico campanile; sulla doppia facciata, tra gli acuti archi e i pilastri, s'indovinano ancora le reliquie di vecchie dipinture, e la croce rossa in campo bianco della nostra antica repubblica, il biscione de' Visconti, e un altro stemma, che si vuole esser quello dell'abate di san Vincenzo in Prato; a fianco della porta maggiore appar tuttavia, quantunque sbiadita e mezzo coperta dall'intonaco più recente, la gran figura di san Cristoforo, col Bambino sur una spalla e nella destra il bordone del viandante, come sempre il dipinse la volgar tradizione.

In quel giorno, le due strade correnti lungo il canale, dalla porta Ticinese fino alla cascina Campagnuola, formicolavano d'una confusa moltitudine che andava e veniva, a schiere, a brigate, a famiglie intere: anche per il canale andavano e venivano continuamente parecchie barche, tirate da magri ronzoni, stracariche di tanta gente, che ogni poco minacciavano d'affondare. Que' che tornavan per acqua cantavano allegri a piena gola, e mettendo certi strilli sonori, significavano anche troppo la gioja della passata festa: i passeggieri delle due rive rispondevano a quelle canzoni, a que' gridori, e sventolavan frondi e banderuole, in segno di riconoscimento e di saluto; uomini, donne e fanciulli chiamavansi a nome di qua, di là, per ogni parte; salutavansi con tali sode dimostrazioni di fratellanza che facevano strillar le zitelle, bestemmiar gl'innamorati: e ad ogni biroccio, ad ogni carretta incontrata, era un far cerchio alla gente che su vi stava accalcata, un ripetere i canti, un ricominciar le grida trionfali e matte.

Nella piccola osteria poi, era un andirivieni, un tramestìo, una gazzarra di casa del diavolo; piene la cucina, le stanze terrene e il pian di sopra; intorno a lunghi deschi, alle rozze tavolaccie, su' panconi malfermi stavano a giuocare, a trincare, a urlar di gioja bande d'amici, di conoscenti, di compagnoni, tutti artigiani, garzoni, bottegai, braccianti, la più numerosa, la più disgraziata parte del popolo; i quali, per lo più, altro sollievo non trovano alla dura vita di sei giorni fuorchè di dimenticare il settimo fra mezzine e fiaschi, lontan dalle donne, da' figli e da' vecchi loro. Sedute sulle ripe e sparse per la campagna, nel dintorno della chiesa, avresti veduto le famiglie de' buoni borghigiani, le men povere e le più contente ch'eran venute alla festa del santo, cavar fuori de' canestri le loro provviste, e far qua e là, con una allegriona da non credere, il loro desinarino sull'erba. Era una scena tutta italiana, vivace, tumultuosa, degna che qualche pennello de' nostri giovani artisti la sapesse ritrarre; e parevan come la voce di questa scena il suonare a vespro delle campane, e il canto de' salmi ripercosso dalle vôlte della chiesuola affollata, e diffuso in lontananza per l'aria tranquilla; mentre vedevasi scendere il dorato riflesso del sole cadente sull'accolta moltitudine, sulle antiche mura del tempio, e sul vicino prospetto della città, come un lungo e malinconico saluto.

Nel giardinetto dell'osteria, sedevano a un deschetto, un po' lontani dal maggior chiasso e dalla folla de' bevitori, il nostro Lorenzo, Damiano e Giovanni, l'allegro compagno della fabbrica ch'era venuto con loro. Tra tutti e tre avevano rosicchiato una magra pollastrina arrosto, inaffiandola d'un buon boccale di bianco; e già pagato lo scotto, stavano chetamente cianciando fra loro, senza dar mente agli strilli, agli scambietti, alla filosofia tirata in iscena dagli altri, non pochi de' quali erano già in cimberli e, camminando a sbilenco, non sapevano più trovar l'uscita dal giardino dell'osteria.

Il signor Lorenzo, ch'era in vena quel dì, si piaceva in mezzo a quello strepito popolare, e cominciava a parlar con foga più pronta, più franca delle sue idee favorite. Ma Damiano, che fino allora era stato anch'esso più gajo del consueto, non rideva più, e stava fiso e pensieroso guardando l'antico soldato; mentre Giovanni, a ogni poco, usciva fuori a mezza voce con una canzone di fresco insegnatagli dalla sua bella amorosa.

Damiano non rideva più, dacchè s'accorse d'uno sciancato, ladra figura d'accattone, il quale s'era appostato all'angolo della tavola stessa, ov'egli sedeva cogli amici. Costui, lestamente zoppicando sulla sua stampella, aveva camminato fin là, sempre dietro a' passi loro, e facendo vista di non trovare altro luogo s'era colà messo; poi, fatto recare del miglior vino, vuotava bicchier sopra bicchiere, e di tanto in tanto lanciava uno sguardo di traverso a Damiano, con aria provocatrice.

Di lì a poco, furon vedute accostarsi a quella tavola due altre persone, le quali scambiarono prima fra loro qualche sommessa parola, poi un'occhiata col pitocco; e costui si tirò più vicino a Damiano, per lasciar luogo a' nuovi venuti.

Intanto, fra la gente stipata nell'osteria, e precisamente dietro un finestrone della cucina, un tale s'appostava, a cui sopratutto premeva di non esser notato, ma che seguiva, coll'impazienza negli atti e negli sguardi, la scena che stava per succedere in quel canto del giardino. E di là in effetto poteva vederne abbastanza, perchè la siepe di pruni, che separava l'orto dal cortiletto, era sfrondata e rotta in più d'un luogo.