—C'è della gente che cerca rogna….
—Sta bene! chi cerca trova. Credete ch'io abbia paura di qualcuno, io?
—E noi pure, disse Giovanni, siam qui pronti a dar di buona moneta a chi vuole; a ognuno il suo!
—Sì! gridò ancora Lorenzo: A ognuno il suo! Voi, buona gente, vi contentate di pane e di preti!… e venite qui a far baldoria, senza pensare all'jeri nè al domani; e non sentite, non pensate nemmanco a quel che potrebber fare i poveri diavoli; e se c'è un rinnegato che vi bestemmii le sue imposture, voi tremate! voi non sapete, no, piantar questo nel cuore d'una spia!…
E così dicendo, l'audace vecchio, afferrando un coltello che gli venne tra mano, ne ficcò d'un colpo la lama nelle tarlate assi del desco.
In quel momento, lo sciancato, ch'era lì coll'orecchio teso, senza perdere sillaba di quel dialogo, alzatosi di botto, cacciossi in mezzo tra Damiano e il vecchio soldato, e martellando sulla tavola colla sua stampella, gridò:—Chi è l'infame che insulta i galantuomini col nome di spia?
Con lui saltarono su gli altri due, che fino allora non s'erano occupati che di tracannar bicchieri, squadrando in cagnesco i vicini, senza però far nessuna parola. Appena Damiano li vide alzarsi e venir verso di lui con un'aria d'insulto e braveria, comprese ch'era cosa concertata, e che quelle faccie proibite volevano a ogni costo attaccar briga: pur non sapeva che pensarne, non ricordandosi d'aver mai veduto nessun di coloro.
Il primo che si fece innanzi, dal volto ulivastro, dai grigi mustacchi, schizzando furore dal solo occhio che gli restava, era armato d'un grosso bastone; e calcatosi in testa il cappello, stese la manca fin quasi a toccare il viso di Damiano. Intanto il compagno, che pareva un facchino vestito dal dì delle feste, abbrancò di lancio il braccio di Giovanni, che s'era vôlto per veder che fosse. L'uno, come forse l'indovina il lettore, era quel tristo del Martigny, il maestro di scherma, che, uso a garbugli e a risse, aveva preso sopra di sè d'aggiustar con Damiano le partite dell'Illustrissimo e quelle ancora del cavalier Lodovico. Il compagno era un furfante, postogli a' fianchi per conto suo, dallo stesso signor Omobono.
E costui appunto, tanto gli stava sul cuore la vendetta, era venuto in compagnia a quella festa, senza che nessuno il sapesse. L'uomo che da una finestra della cucina aguzzava gli occhi per vedere come andasse a finire la cosa, era lui.
Capitolo Sesto