Comparve alla fine, il seguente mattino, nella povera casa il signor Lorenzo; e a stento il riconobbero. Era pallido, stralunato, e le sue labbra tremavano ancora per la furia che dentro il rodeva. Raccontò come uscisse allora di prigione, senza sapere perchè vi fosse stato messo, perchè lasciato in libertà; raccontò che di Damiano non aveva potuto conoscer altro, se non che la cosa sarebbe stata forse un po' lunghetta. E mentr'era venuto per portare alle donne un po' di consolazione e di speranza, finì a sfogare tutta in una volta la rabbia che teneva in cuore da vent'anni, colle maledizioni le più indiavolate. A poco a poco s'acquietò, e giurò alla Teresa e alla Stella che non le avrebbe abbandonate, promettendo di far di tutto perchè fosse conosciuta l'innocenza di Damiano: e incolpava sè di quel tristissimo caso.
Aveva promesso di tornare; e tornò la mattina del martedì. Ma, nell'aprir l'uscio, venendogli veduta, fra la madre e la figlia, sotto un largo cappello da prete, una tonaca nera, si rabbujò nel pensiero; e borbottando:—Le si son messe in man de' preti, e ci stieno!—volse le spalle a quella porta. L'ex-frate, poich'era lui stesso, venuto in persona la stessa mattina, a persuader la vedova che dovesse pensar seriamente all'avvenire e salvar la figliuola da' pericoli del mondo; l'ex-frate non s'accorse di lui, e continuò le sue patetiche insinuazioni.
Così il capriccio d'un potente ozioso da una parte, dall'altra uno zelo vanitoso, indiscreto, agitavano il destino della povera famiglia. Ma gli oscuri fatti da ultimo narrati avevano un eco anche ne' dorati appartamenti, ove non di rado trovansi a fronte il vizio cortigiano, e il bachettonismo intollerante.
In un'ampia sala terrena del palazzo dell'Illustrissimo s'accoglieva, la domenica dopo quella in cui Damiano fu preso e messo prigione, un circolo di dame e cavalieri più dell'usato numeroso e magnifico. In quel dì aveva l'Illustrissimo convitate non poche persone della maggior distinzione allo splendido banchetto della domenica; e dopo il pranzo, comechè si fosse tuttavia nella mezza state, la nobile brigata s'era intrattenuta per alcun tempo ne' giardini, ai quali rispondevano le sale terrene del ricco appartamento. Due camerieri, nero il vestito, bianca la cravatta e bianchi i guanti, con un satellizio di servitori in livrea listata di stemmati galloni, giravano frammezzo alla comitiva, offerendo sugli argentei vassoj caffè e rosolii: nè intanto veniva meno la decente e contegnosa allegria de' convitati; anzi era un incrocicchiarsi di discorsi, di novelle e complimenti, massimamente nel nucleo di quella nobilissima adunanza, cioè fra coloro che sedevano a cerchio, fra due belle magnolie e due variopinte piramidi di vasi di fiori.
Sorgiungevano le carrozze a prendere alcuni degl'invitati; e dai cortili s'udiva strepito di ruote, scalpito di cavalli, e fors'anche qualche bestemmia degli automedonti in parrucchino.
Tutta quella nobiltà poi, sul primo imbrunire, era rientrata nelle sale già illuminate da doppieri e da lampane d'alabastro pendenti dalle storiate vôlte; e qua e là spartivasi in diversi gruppi, senza però che alcuno perdesse d'occhio il padrone e la padrona di casa.
Quest'ultima, seduta tutta sola, su d'un canapè coperto di raso turchino, aveva raccolte intorno a sè le dame men giovani e più sfoggiate d'abbigliamento. La vecchia dama, in que' giorni di solenne ricevimento, non appariva più qual'era agli occhi de' suoi più intimi nel restante della settimana; e la preponderanza del nome e del grado pigliavano nel cuor suo il luogo della pettegola curiosità de' fatti altrui, della segreta compiacenza con che pescava le occasioni di far fiorire e prosperare la società all'ombra della divozione, o piuttosto all'ombra del suo partito. Allora sapeva trovar parole cortesi, melliflue per gl'illustri amici; accoglieva con sorrisi d'adesione le profferte di servitù di quanti venissero a raccomandarsi alla sua influenza; e qualche volta mostrava perfino d'udir senza scandalo certi annedoti, certe storielle del gran mondo che alcuno le raccontasse, colorate o velate col vezzo degli spiriti molli ed eleganti. E così poteva, almeno, compassionare a sua posta le miserie umane.
In quella sera, fra il contraccambiarsi di onoranze, di proteste d'umiltà e servitù, fra uno strisciar d'inchini e un curvar delle reni e delle teste, suonavano ancora le inzuccherate melensaggini de' Caloandri di vecchia data, e ne sorridevano alcune dame, non senza aristocratica schifiltà. Ma su que' diversi parlari trionfava l'infranciosato cicalío de' giovani cavalieri, i quali facevan diversi crocchi, o presso gli aperti balconi della sala, o intorno a' tavolieri di giuoco.
E nondimeno, in quella titolata conversazione, si sarebbe potuto indovinare che una misteriosa preoccupazione signoreggiava gli animi di tutti; come le nuvole estive che in un cielo azzurro passano tratto tratto dinanzi al sole. Era facile presumere che una grave e diversa cura tenesse desti e sospettosi l'un dell'altro il padrone e la padrona; poichè marito e moglie, da un capo all'altro della sala, si sogguardavano alla sfuggita, quasi in atto d'ira a lungo simulata e di tacita disfida. Pareva che non pochi de' nobili invitati fossero nel segreto di quell'intestina discordia e pigliassero parte fra i due potenti rivali: e veramente, a ogni poco, la conversazione animata, romorosa, di subito languiva, moriva; e cominciavano qua e là per le sale le confidenze bisbigliate all'orecchio da vicino a vicino, mezzi sogghigni, parole tronche di maraviglia o di riserbo: tutti segni che bastavano a dinotare qualche cosa di grande e d'arcano che s'aspettasse o si temesse. Alla destra del canapè, ritta e altera, sedeva discorrendo colla padrona di casa un'altra dama ossequiata e potente, la contessa Cunegonda, sorella dell'Illustrissimo. Alla dignità della persona, all'abito di seta nera rabescata, al maestoso girar del capo, adorno d'una cresta di merletti, vedevasi in lei l'abitudine del comando, mista a quella specie d'umiltà superba, per la quale aveva saputo farsi quasi centro d'una nuova e segreta inquisizione. E l'Illustrissimo la temeva. Vicino a lei stavano in ampii seggioloni due altre contesse sue amiche, di nobiltà pura come l'oro, e di pietà famosa. Sul capo dell'una torreggiava un turbante di velo cilestrino che proteggeva due vistose ciocche bionde, fatte lavorare espressamente a Parigi; l'abito di mussola di seta che vestiva, non abbastanza accollato, pareva voler permettere di gettar lo sguardo sugli avanzi di tesori che un dì furono il tema di qualche arcadico sonetto, se la dama non si fosse tenuta con molta cura ravviluppata in una gran ciarpa turca che le scendeva fino a' piedi. L'altra contessa portava in vece una cuffia pomposa, somigliante al paniere di Flora; non aveva nè ricci, nè giojelli, non vestiva così sfoggiata come la sua vicina; ma le si vedeva nel languor degli occhi, nel torcere del collo e nella contegnosa postura una certa pretensione, comechè innocente, d'esser creduta giovine ancora: chi solo avesse guardato alle sopracciglia nere e al roseo delle guancie, non alle rughe sottili, nè agli occhi appannati, nè alle labbra a studio ristrette, poteva anche dire che al più toccasse la trentina.
Dietro a queste tre inseparabili potenze tenevano il campo cinque o sei signori, alcuni in piedi, altri seduti, facendo le spese della conversazione: due preti: un consigliere; e un zio materno della padrona di casa, uomo ricchissimo, che sputava tondo e non poteva soffrir contraddizioni: e presso al muro, nella penombra, quali astri minori, due persone di mezza età, che non fiatavan quasi mai se non interrogate, ma, guardando sempre all'ultimo che parlava, sorridevano, chinavano il capo in atto di consentimento.