E fu, dopo tal colloquio, che la contessa Cunegonda e i suoi inquisitori decisero, senza dimora nè riguardo, di soffocare, finchè c'era possibilità, quegli scandali. Venne in mezzo il padre Apollinare, il braccio destro della contessa, a parlare, in proposito, della famiglia di Damiano, e delle cose ch'eran succedute, aprendo anche un usciolino a' suoi sospetti: ma egli ne sapeva più che non dicesse. E la conchiusione fu che si togliesse da ogni pericolo quella povera giovine, collocandola al più presto in un ritiro: al che però si doveva riuscire con grand'arte e mistero; non volendo la contessa Cunegonda, a rischio d'uno scandalo peggiore, rompere guerra aperta all'Illustrissimo fratello.
Il quale, dal canto suo, bisogna dire che avesse subodorato qualche cosa di questa pia trama; poichè, qualche ora prima, al punto di sedere a tavola, al fido suo Rosso, venuto a fargli non so che misteriosa imbasciata, aveva risposto:—Fa domandare l'Omobono domani mattina; e la vedremo!
Capitolo Ottavo
Mentre così, da una parte del salone, s'agitavano in quel grave consesso opinioni, pregiudizj e piccole ire di congregazione o di partito, con le maestose apparenze d'ordine sociale, di moralità, di guasto popolar costume; dall'altra parte s'eran qua e là formati diversi gruppi, d'uomini e donne eleganti, secondo che volevano simpatia o curiosità, indifferenza o noja.
L'Illustrissimo aveva lasciato il corteggio de' vecchi alla sua dignitosa metà; e passando dall'uno all'altro de' crocchi più allegri, piacevasi di sfiorare, qua e là, le avventure curiose, la cronaca scandalosa della settimana, o le insulse novità della politica. Così, tenendo in credito la sua degnazione e popolarità, sentiva solleticarsi l'amor proprio da' complimenti che non gli mancavano; così spariva visibilmente dalla sua fronte la nube del sospetto e della inquietudine, onde per tutto il durar del pranzo parve offuscato il consueto suo buon umore.
Stava egli ritto in quel momento nel circolo d'alcune dame, le più giovani e le più belle della conversazione: neppur uno degli elegantissimi che loro facevan corona avrebbe osato contrastargli il diritto d'entrar nelle grazie di questa o di quella, con piacevolezze o complimenti a suo grado. Alcuni giovinetti di primo pelo, poco gelosi di lui, discorrevano fra loro a mezza voce, ridendosi forse delle sue pretensioni alle galanterie, e l'un l'altro da capo a piedi pavoneggiandosi con disinvoltura, occhieggiando e scambiando bei motti, nel gergo alla moda.
L'Illustrissimo s'inchinava con molta cortesia sulla spalliera d'un seggiolone, ove stava più abbandonata che adagiata una dama forestiera, donna sui trent'anni, bellezza famosa, la quale sebben cominciasse ad appassire, pur non aveva scordata la magia delle occhiate or languide or truci: un braccio ignudo e ben tornito, e il vezzo con cui, agitando il miniato ventaglio, concedeva all'aria commossa di scompor lievemente i veli del seno, chiamavanle intorno, come farfalle inquiete, i damerini più svenevoli e più azzimati. Ma l'Illustrissimo, antico buongustaio di bellezze, avevale posta tutta l'attenzione, e n'accoglieva essa l'omaggio con singolar compiacenza; intanto che tre o quattro altre signore, stelle di minor chiarezza, affettavano di non volgersi neppure verso la fortunata che loro usurpava in quella sera i primi onori. Pure non mancavano anche a quelle, tra i cavalieri di mezz'età, ammiratori più modesti; i quali co' frizzi d'uno spirito un po' stantìo chiamavano sulle labbra di quelle corrucciate un sorriso che presto fuggiva. Tra que' giovani signori del bel mondo notavansi alcune nostre conoscenze: il cavalier Lodovico, assiduo presso una signora vezzosa, alquanto attempatella, a cui parlava spesso misteriosamente; il conte Achille, che s'era discostato a cominciare una partita d'ecarté colla giovine sposa dell'amico suo; e infine il marchesino Roberto, il quale, come fa la cingallegra, balzellando leggiadramente dall'uno all'altro gruppo, da questa a quell'altra damina, diceva le più scempie cose del mondo, rideva, e faceva ridere.
Nel vano d'una finestra, due sconosciuti a' quali nessuno poneva mente, forse perchè, in quella vicinanza di purissimi sangui, nè l'uno nè l'altro aveva tampoco la miseria d'un don, se ne stavano a discorrere alla buona, osservando le variate scene di quella illustre commedia. Il più giovine, trasandato anzi che no del vestire, e con una lunga capigliatura cadente, non poteva essere che un letterato od un artista; l'altro, severo in volto, abbottonato l'abito, e con una tabacchiera d'oro in mano, non avresti fallato a dirlo un medico. Come poi fosse loro piovuta la fortuna d'un invito in quel giorno, nol sapevano neppur essi argomentare. Fatto sta, che trovandosi impacciati in mezzo a quelle etichette, e fuor di luogo, come in troppo rarefatta atmosfera, s'erano messi in disparte, ciarlando sotto voce di tutto quel che vedevano, intanto che venisse il buon punto d'imboccar la porta inosservati. E bisogna dir che ne sapessero abbastanza di tutte quelle grandezze, comechè non morisse loro la lingua in bocca.
—Ve l'ho detto io, che il nostro antìtrione è sempre quello: diceva il più giovine: il prurito de' suoi vecchi lo pizzica ancora…. Vedetelo, che fa il cicisbeo a quella novità d'oltremonti.
—Avete ragione; maledette queste pavoncelle forestiere, che ci portano le loro smorfie e il loro gergo!