Le due povere stanze eran mute, ed essa era sola.

Capitolo Decimo

Intanto il calesse della dama protettrice avanzavasi, al pesante trotto di due cavalli svizzeri, verso il Ritiro. Stella, seduta rimpetto alla contessa, teneva chino il pallido viso e taceva; e questa, ritta sulla dignitosa persona, le volgeva a quando a quando una compassata parola che credeva di conforto. Ma il prete, rincantucciato a fianco della dama, nulla trovando a dire, girava gli occhi ora torbidi ora pietosi dall'una all'altra, e osava appena pensare nel fondo del cuore come il voler per forza che gli altri a questo mondo facciano il bene a nostro modo, non è quel fior di carità ch'essi pretendono. Attraversata gran parte della città, il calesse svoltò in una via lunga, deserta, fiancheggiata d'un'alta e tetra muraglia: indi fermossi all'ingresso del Ritiro. Don Aquilino smontò il primo, ma col piede quasi non sapeva trovare il predellino; si volse per dar mano alla giovine, che sebbene nel tragitto non avesse mai aperto bocca, pure, all'aspetto, pareva divenuta più sicura e tranquilla. La dama, nello scendere, si chinò all'orecchio del prete per susurrargli qualche cosa ch'egli appena comprese, e a cui rispose con un umile chinar del capo. Entrati nel vestibolo, don Aquilino tirò il cordone; e al primo toccar del campanello, la porta tarlata e massiccia del Ritiro s'aperse, senza che si fosse veduto alcuno. S'avanzarono per l'andito bujo, intanto che la porta, come s'era aperta, si richiuse dietro di loro. La dama si volse con piglio più dolce alla Stella, e prendendola per mano la guidò sotto un porticato basso, chiuso all'ingiro da vetriere cadenti, dalle quali penetrava una luce verdognola, opaca: di là passavano in un camerone terreno, deserto e fatto più tetro da vecchi quadri, bucherati e grommosi che pendevano dalle umide pareti. Il silenzio, l'aria morta e il freddo sepolcrale di quel luogo, destarono un vago terrore nella giovinetta, che, riguardando timidamente la dama:—Oh Signore! le disse: dove mi conduce? questa casa pare una prigione!…

Sorrise quella, e stringendosi al cuore la mano di Stella:—Abbiate pazienza, la mia figliuola; adesso troverete la vostra nuova famiglia.—E don Aquilino, a capo dimesso, strisciava dietro alla protettrice; e per consolarsi di quella trista spedizione, pensava che la signora contessa, nel ritorno, non avrebbe potuto a meno di pregarlo che volesse favorire quel giorno la sua tavola.

Attraversarono un altro andito, un'altra stanzaccia, e si trovarono alla fine in una specie di salotto di ricevimento, più decente, più arioso, che rispondeva sur un orticello: due donne d'età provetta, vestite di saia oscura, che sedevano presso un finestrone, al loro apparire si levarono in piedi, e rispettose mossero verso la dama. Ma questa permise con un cenno che tornassero a sedere; e sedendosi ella pure in un seggiolone addossato alla nuda parete, si volse alla più attempata delle due donne:—Madre Eleuteria: lentamente disse: ecco la giovine della quale le è stato parlato. Ella si raccomanda alla sua bontà, al suo compatimento; vogliamo sperare che un po' di vita edificante e ritirata varrà a far fruttare quelle disposizioni che la grazia spirituale, più che il merito e l'opera nostra, ha fatte nascere nell'animo suo. Avvicinatevi, Stella: baciate la mano della vostra superiora, della vostra nuova madre; noi vi poniamo sotto la sua tutela; e qui, se vi mostrerete docile, obbediente, se darete segni di compunzione, d'emenda, vi sarà restituita ben presto quella quiete di coscienza che il mondo vi voleva rapire. È bella la virtù che illibata passa attraverso il mar tempestoso della vita; ma la virtù che caduta si rialza è più bella e più gloriosa. Il cuor penitente è come il corallo che, uscendo dall'acqua all'aria, si assoda.

La fanciulla non sapeva spiegare a sè medesima quest'artificioso parlare. Ella si sentiva tranquilla, innocente; pensava e amava, come ne' primi dì della sua vita; e non per altra cosa che per il bene di sua madre e di suo fratello, accettando la prova che le era domandato, colà ne veniva con quello stesso religioso sentimento di purità con cui, pochi anni innanzi, s'accostò alla sua prima comunione; nè avrebbe potuto comprendere il perchè l'austera dama le imponesse come penitenza ciò ch'essa faceva per virtù d'amore. Ma un'idea incerta del male, uno sgomento confuso de' pensieri ch'essa non aveva provato mai, la contristavano; e mentre voleva dir qualche parola, si sentì come stringere il cuore da una fredda mano. Forse comprese che là non era il luogo della sua pace, che là altre angustie, altri terrori l'aspettavano; che forse era perduta per lei ogni contentezza, ogni serenità della vita. Incontrò lo sguardo severo di quelle donne, e ammutolì. Non la pietà incauta, faccendiera, nè l'insofferente zelo che fa servire le verità sante e consolatrici alla propria ambizione, sollevano le anime sconfortate alla speranza, alla rassegnazione. La parola compassionevole e amorosa, quella parola che trovò una consolazione per tutti i dolori, che col soffio della carità rinnovò la terra, non insegnava ad anneghittire gli affetti, a stringar la volontà nello scrupolo, a far pauroso il dovere: ma fu parola di libertà e d'amore.

—Essa è figlia d'un soldato: ripigliò indi a poco la dama protettrice: sua madre, troppo debole, trasandò quelle pratiche che potevano esser medicina alle cattive influenze mondane. Oggidì più che mai, in ogni stato si diffonde la zizzania del mal costume: v'ha di quelli che si fanno del vizio un mestiere; e questa poverina camminava sull'orlo dell'abisso: se non che, il cielo ha permesso non fossero vani gli sforzi di quelle persone le quali si consacrano a opere che il mondo chiama filantropiche, e che io dico cristianissime. In una parola, noi l'abbiamo salvata; e in questa casa, dove tante anime furono strappate al male, essa viene di buon grado, madre Eleuteria, sotto l'egida della sua virtù, a racquistare il candido vestimento dell'innocenza.

La dama, superba di codesta edificante parlata, guardava attenta or la madre Eleuteria, or la fanciulla, e pensava di leggere ne' loro composti visi il trionfo della sua clemenza. Allora, indirizzandosi a don Aquilino:—A lei, signor abate!… noi abbiam fatto la parte nostra; a lei, la sua.

Allora la madre Eleuteria, che non aveva pur detto una sillaba alla nuova figliuola, ma s'era fatta a guardarla alla sfuggita, s'alzò; e avvicinatasi a un vecchio armadio, l'aperse con una delle grosse chiavi che teneva appese alla cintura, ne trasse due registri e una cartella, e li depose sullo scrittojo ch'era nel mezzo della stanza, e dinanzi al quale s'era affrettato a sedersi don Aquilino, come obbedendo a una forza invisibile.

La madre Eleuteria (chè così era chiamata fin da quando, uscì ancor giovine dal suo monastero, soppresso fra gli ultimi, al cadere del passato secolo) teneva come superiora le redini di quella pia casa da poco tempo fondata per le povere zitelle. Avvezza alla muta disciplina del chiostro, essa vedeva a malincuore l'autorità, la tutela e gli scandagli che si usavano dalle persone da cui era stata chiamata a regolare il Ritiro; e avrebbe voluto a suo beneplacito fare e disfare, col sistema adoperato in altro tempo dalla madre priora nel convento ov'essa pronunciò i voti. Vecchia e irosa, voleva essere adulata, temuta; nè pativa che persone secolari e influenti nel mondo volessero dar legge a lei. Ne' trent'anni e più da che, logora dalle piccole passioni della vita monastica, s'era per così dire consumata nello squallore d'una soppressa casa di religione, essa non avea vagheggiato che una speranza, una gloria; quella di vedere riaprirsi, per opera sua, lo stesso convento dond'era stata cacciata, e di condurvi uno stuolo di povere creature, o, per usare un suo bel paragone, una famiglia di candide colombe. E su queste, sperava alla sua volta esercitar l'assoluto impero del quale non era riuscita a gustar la voluttà fino allora, causa la grave responsabilità e l'obbligo di piegarsi alla formalità, alle regole minute, a una a una prescritte dalla curiosità delle dame protettrici, e più di tutto dall'onnipotenza di chi poteva farle molto bene, o molto male, ajutando o tergiversando l'effetto dell'unica sua cura. La contessa Cunegonda, la quale aveva una autorità più grande, e però a lei tornava più incresciosa, era quella di cui la superiora del Ritiro sopportasse il giogo con maggiore dispetto. E la contessa ben sel sapeva; comechè si fosse accorta dal silenzio ostinato della vecchia, che per certo avrebbe fatto anche allora (come quasi sempre faceva) ogni prova per rifiutarsi all'accettazione della giovine, e perciò appunto volesse a ogni costo trionfare, e contasse più che altro sull'appoggio del pauroso prete. Il quale dal canto suo, in mezzo a quella lotta di poteri, pensava che non s'era mai trovato al mondo in un ginepraio così spinoso.