—Vorrei vederlo un po' quieto: disse il Rosso, con una smorfia che voleva parere un sorriso.
—Sì, sì… andate via, che sarà meglio…. Tirate le cortine, chiudete bene le porte…. tenete a mente quel che v'ho detto…. Così.
—Felice notte, Illustrissimo.
E il cameriere andandosene, almanaccava qual cosa mai al padrone avesse fatto montar la muffa, che lo sentiva dir parole così piene di bile.
—Comunque sia, egli ha bisogno di me: borbottò: e se stasera mi fa torto, domani avrà di grazia a sgaglioffare qualche bel sovrano, per tirarmi dalla sua.
E serrata a chiave la porta dell'appartamento, andò a dormir sopra al malumore dell'Illustrissimo.
Capitolo Undecimo
La prigione, ove Damiano stava intanto aspettando la fine del processo, che l'aveva incolto così in mal punto, era un camerotto umido, basso che rispondeva nel cortile delle carceri, di fronte a una muraglia bruna, altissima. In quella s'aprivano alcune rade finestre quadrate, munite di doppia inferriata, e mezzo nascoste da un assito inclinato, ond'era tolta ogni luce, ogni vista, fuorchè d'un lembo del cielo che da codesta specie di spiraglio potevasi contemplare. Erano le carceri comuni; e, per mancanza di luogo, chiunque venisse condotto in quelle triste mura vedeva passar non pochi dì fra la compagnia de' ribaldi d'ogni stampo, che quasi senza tregua sottentravano l'uno all'altro. Damiano, chiuso dapprima nella carcere comune, aveva di là veduto più d'una volta sorgere e cadere il sole; e ciò che che in que' dì sofferse, io nol dirò. Sul suo capo pesava una grave accusa; era indiziato come principale istigatore della rissa accaduta alla festa di san Cristoforo; non avendo solamente resistito alla forza pubblica, ma essendosi lasciato sorprendere sul fatto, con un'arma alla mano. Convenne che l'autorità inquirente spendesse alcun tempo, per verificare circostanze, esaminar prevenuti e testimonii, spacciar requisitorie, passare a confronti, prima di determinare se dovesse o no aprirsi contro i detenuti il processo criminale. Per buona ventura, il fermo contegno del giovine artigiano, la semplicità con cui espose l'accaduto e la concorde testimonianza di parecchie persone che, senza prendervi parte, furono presenti al fatto, sventaron di subito le intricate e maligne deposizioni fatte da coloro che speravano d'uscire al fine di perder Damiano. Il giudice, a cui toccò di sbrigare quel processo, che sebben fosse poca cosa, aveva nondimeno stuzzicato un gran vespaio, sospettò che il giovine accusato potesse esser vittima di qualche complotto; e nel sospetto lo tennero poi certe parole; dettegli a fior di labbra e con ostentata indifferenza da persona che molto poteva per il suo avvenire. Ma egli che, per ingegno e coscienza, aveva saputo meritarsi, quantunque in giovine età, l'onorevole carico del magistrato, raccapricciò di quella prevenzione che credeva si volesse istillargli: e adoperando tutta l'accortezza e il buon volere d'uno spirito saggio e onesto, seppe in poco tempo, se non dedur legalmente, conoscere almeno come stesse la cosa. Ma, di tutti gli accusati, non restava in carcere che Damiano: come che gli altri, mancando legali motivi per tenerli in cattura, fossero stati in quel mezzo rimandati, con ammonimento di presentarsi allorchè dovessero venir citati per la regolare inquisizione. E tal determinazione fu presa dopo che una persona di molta autorità seppe che in quella trista bisogna era implicato il Martigny, uomo indispensabile nel gran mondo.
Appena il giudice ebbe a scorgere l'onestà di Damiano, ingiunse fosse collocato a parte dagli altri prigionieri, gli si usasse tutto il possibile riguardo: fece anzi quant'era in lui, per metter fine al processo; ma non prevedute circostanze parevan sorgere in mezzo, ogni volta ch'egli s'accingesse a ripigliarne il protocollo.
Eran due mesi che quel giovine oppresso aspettava che fosse conosciuta la sua innocenza. Gli parevan due anni; e nel suo cuore, al rammarico de' primi dì, al pensiero dell'abbandono e dello squallore in cui s'imaginava di veder la famiglia, era succeduta un'ira soffocata, un fremere della volontà costretta a consumarsi nell'aspettativa; talvolta un delirar confuso, una maledizione della vita e della virtù. Solo, sempre solo, in faccia al bujo dell'avvenire; minacciato dall'infamia; oppresso dalle memorie di que' tre anni passati; consapevole della propria innocenza, e costretto a sopportar la vendetta di nemici troppo potenti, e l'indugio della giustizia; Damiano vedeva tornare il dì, tornar la notte, ma non udiva nessuna voce che gli dicesse di sperare. Così, dentro di sè, sentiva morire il coraggio, ultimo compagno dell'innocente.