Talora, ripensando a quelle illusioni, già da lui vagheggiate per tanto tempo, prorompeva a maledir gli uomini, sè stesso, la Provvidenza: e, abbrancando le grosse inferriate, domandava al cielo perchè l'avesse condannato a vivere; e provava un'orrenda tentazione di finirla, spezzandosi il cranio contro quelle barre. Talvolta poi si raffigurava alla mente il padre moribondo, la madre sua, l'abbandonata Stella, e sentivasi bagnato di lagrime il volto; pensava che forse l'anima di suo padre in cielo, e quelle due anime innocenti sulla terra, pregavano per lui che non poteva pregare; che forse il Signore non l'avrebbe dimenticato. Ma, per lo più, un invincibile abbattimento, una calma cupa gli prostravano l'anima e le forze; passava ore e giorni, immobile sur uno sgabello, presso all'aperta finestrella, con le gambe a cavalcioni e un gomito sul ginocchio, appoggiando alla mano la faccia, e guardando fuori, senza pensar più dove fosse, senza ricordarsi di nulla. E invidiava, con fanciullesca voglia, la rondine che attraversava quel poco cielo aperto, fin dove gli fosse dato giunger coll'occhio, il passero svolazzante sul tetto di fronte: e diceva di sè più felici il moscerino ronzante, e il ragno che tesseva la sua tela fra le spranghe di quel pertugio.

Un dì, vennegli all'orecchio il canto lontano e malinconico d'un altro prigioniere; non potè distinguerne le parole; ma, ingannato, credè di conoscere la voce di Giovanni, del suo compagno in quella trista scampagnata del san Cristoforo. Pensando che anche quel povero Giovanni avesse perduto, per cagion sua, e chi sa per quanto tempo, pane e libertà, sentì crescer l'angoscia che portava nel cuore. Per la prima volta, da che si trovava colà, cadde ginocchione, levò la mente a Dio, e pregò.—Nel pregare, sentì una consolazione così pura, così soave che si fe' a pensare come colui che ha fede nella verità non deve maledir, nè disperarsi, nè lasciarsi vincere dall'oppressione; perchè la giustizia è una sola, e la verità non può mancare.

Ma qui, domandava perchè mai in quel tempo nessuno v'era stato che, ricordandosi di lui, gli avesse fatto almeno saper novelle della sua famiglia: parevagli impossibile che nessuno spendesse qualche passo per ottenergli, se non altro, una pronta decisione del processo; ovvero sia, per cercar di vederlo, di mandargli una parola, un saluto. Gli repugnava di farsi amico del secondino, il solo che avrebbe forse potuto servirlo, più ch'egli non pensasse: pure, un dì, si rassegnò ad umiliarsi a quell'uomo; e lo pregò, esitante, se mai volesse incaricarsi di portare una parola, ch'egli avrebbe scritto, alla sua famiglia.

Il secondino negò sulle prime, dicendo ch'era un impiegato incorruttibile, e che mai non avrebbe tradito il proprio dovere per tutto l'oro del mondo; poi, venendo a patti colla coscienza, tornò verso il prigioniero; e senz'altro dire lo guardò, soffregando lievemente il polpastrello del pollice su quel dell'indice, con significanza. Il giovine non seppe rispondere, guardò via, però che non aveva nulla a dargli; e colui con uno sdegnoso:—Uf! e un'alzata di spalle, girando sulle calcagna, se n'andò, e rinchiavossi dietro con ira i catenacci.

Damiano si rassegnò, confidando che da un dì all'altro, chiamato alla presenza del giudice, e chiuso il processo, potesse finalmente esser conosciuto non colpevole di nessun delitto. Ma egli non sospettava le imputazioni che, sotto mano, per opera di testimonj venduti, erano state soffiate; non sapeva trattarsi, nientemeno, che di farlo apparir reo di sollevazione e di resistenza armata alla forza pubblica. Ma le accuse di persone diffamate, e le circostanze perfidamente inventate non valsero contro la parola precisa della legge, e contro la fermezza d'un giudice saggio. Il quale sempre più comprese l'accusato essere stato per forza tirato in quel garbuglio, per qualche intrigo di cui non riusciva a sviluppar le fila; contento però, nello svolgere il processo, di veder dissiparsi un pericolo da principio temuto, che l'inquisito dovesse consegnarsi al criminale. Il buon magistrato se ne consolava sinceramente; poichè egli non era un di coloro, i quali, dov'è appena un rimendo, fan di tutto per trovare uno schianto.

Era una notte d'agosto. Muta l'aria, e il cielo ingombro di nuvole nere, che passavano lentamente sulla luna; un'afa, una quiete nell'atmosfera, come quando s'avvicina un temporale; le muraglie della carcere, che, percosse tutto il dì dall'infocato sole, parevano mandar fuori tuttora una vampa; e d'ogni intorno, nel cortile delle prigioni, silenzio e oscurità. Damiano s'era gittato in un angolo, sul duro stramazzo; ma non trovava requie, nè sonno; i suoi pensieri non erano mai stati così mesti e dolorosi come in quella notte: e vedeva fargli cerchio strani fantasmi, e mano mano che lo stringevano più da vicino parevagli che diventassero giganti: sentiva come voci misteriose lontane, e risa di scherno; e un'ansia non mai provata gli toglieva quasi il respiro.

Indi a poco, romoreggiò il tuono in lontananza; e spessi e rapidi baleni, a schiarar sinistramente il bujo spazio del cortile; e agitarsi l'aria, e goccioloni di pioggia a flagellar la muraglia, a penetrar per la spalancata finestra nella stanza del prigioniero. Egli balzò dal giaciglio, corse all'inferrato pertugio, per respirar l'aria commossa; e fu come se la guerra degli elementi scatenati nell'alta notte lo rallegrasse, gli rendesse la vita. Seguiva coll'occhio ardente il crescere e l'infuriar del temporale; gioiva che la natura rispondesse colla sua voce alla tempesta ch'egli pure aveva in cuore; imaginando che ogni fulmine fosse quasi una maledizione del cielo alla terra, pensava allo sgomento che forse in quell'ora provavan ne' loro letti, sotto padiglioni di seta, coloro che lo avevano perseguitato; mentr'esso, tranquillo e sorridente, affacciavasi a quella scena, e ne ringraziava il cielo.

A poco a poco, il vento si racchetò, la luna, che s'era nascosta, si svolse dalle nubi diradate; il cielo tornò spazzato, e l'aria racconsolata e fresca. Le imagini dell'amore, le meste e sempre care rimembranze vennero nell'anima di Damiano al luogo de' pensieri d'ira e di vendetta. Egli s'era tolto dalla finestrella; e postosi a sedere sulla sponda del saccone che gli serviva di giaciglio, s'abbandonò a malinconiche fantasie.

—Oh! cos'è mai la vita?….. diceva fra sè: È come il dì ch'è passato…. come questa notte, prima di tempesta, e poi di pace. Tocca a noi a scegliere una delle due strade: può esser quella del bene, o quella del male…. Oh! perchè io, che ho domandato così poco al mondo, io, che non voglio altro che fede e amore, non ho saputo trovar fuori una sorte onesta, quieta sulla terra?…. Eppure, capisco che ho torto, quando maledico quelli che m'han fatto del male. E anche adesso…. anche qui, non vorrei mutare, per la lor vita, la mia. Com'è dunque che, mentr'essi mi tolgono la libertà, e mi costringono a starmi nella miseria, nel fango, a meno ch'io non voglia essere un birbante o un vile…. com'è, ch'io mi senta più sicuro, più forte di loro?…. com'è ch'io mi pento d'aver loro augurata la disgrazia, e vorrei compiangerli…. e quasi anche perdonare?

E dopo qualche silenzio del cuore, i suoi pensieri facevansi più distinti: non avrebbe saputo spiegarli così quali erano, ma li sentiva fortemente.