E Damiano, appena si riebbe, fu levato dal carcere e condotto alla presenza dall'autorità; e dopo serie ammonizioni per lo avvenire, gli fu detto ch'era in libertà, essendo stato sospeso il processo, per difetto di prove legali.
Capitolo Decimoterzo
L'abate Teodoro, uno de' cappellani dell'Ospital Maggiore, tornava, sul cadere d'un bel dì d'ottobre, lungo la strada che fiancheggia il canale interno della città, fra il ponte di porta Tosa e quello di porta Romana; dove appunto si chiama il Naviglio dell'Ospitale. Tornava solo da un breve passeggio, per ricondursi alle malinconiche stanzette che gli servivano d'abitazione in quel vasto edificio, nel quale a migliaja vanno a morire ogni anno i poveri di Milano e del contado. Egli non era vecchio: alto della persona, ma alquanto incurvato, avea lineamenti fortemente scolpiti e pallidi, lo sguardo pensoso e quasi sempre mezzo velato dalle palpebre: il suo passo rapido, come di persona sollecita d'arrivare al termine della sua via, e qualche involontario gesto con cui l'avresti veduto risponder talora all'interna agitazione, mostravano in esso l'uomo che conosce la vita e il dolore, e che animoso e forte vuol compiere quaggiù la vece che gli fu posta.
Era un giusto e sapiente prete, che amava l'oscurità, e l'umile coraggio d'una vita tutta di sagrificio e d'amore. Egli che, uscito appena del Seminario, e annoverato già fra i più eletti novelli sacerdoti, per dottrina teologica, congiunta a un assiduo studio d'erudizione civile, avrebbe potuto a buon diritto pretendere a qualche invidiata ecclesiastica dignità, o aspirare alla celebrità di sacro oratore, aveva chiesto invece un posto pericoloso, poco ambíto, ignoto quasi del tutto, quello di coadjutore spirituale al servizio de' poveri infermi dell'Ospitale maggiore. E colà, dove sapeva maggiore il bisogno di portar la parola di consolazione e di verità, egli viveva da sedici anni, modesto, non conosciuto dal mondo, come il primo dì che v'era entrato; ma benedetto più che padre, più che amico, da tutti gl'infelici che aveva confortato a patire, a rassegnarsi, a morire; da tutti i suoi fratelli che sortirono quaggiù l'eredità della disgrazia, e ne' quali volle imparare a conoscere, ad amare la gran famiglia umana. Amico di pochi altri preti, e di qualche giovine saggio e onesto, che per venirlo a ritrovare volentieri attraversava il malinconico ponte che mette al gran cortile dell'Ospitale, l'abate Teodoro passava i suoi giorni nella spontanea e sublime annegazione di sè medesimo, adoperandosi al bene, contento se gli rimanesse un'ora da consacrare alla vedova inferma, circondata dalla sua corona di figliuoli, o al vecchio povero e vergognoso languente sulla paglia nella buja soffitta, o all'artigiano che la febbre aveva strappato dal lavoro: e tra questi egli soleva spartire il frutto del suo piccol beneficio, del quale gli avanzava la maggior parte, comechè di ben poco gli facesse bisogno per vivere. Era, in una parola, uno di quegli uomini, de' quali così scarso è il mondo; che non sono nati per sè stessi, e che, non curando le spine del sentiero, insegnano a' proprii fratelli la vera virtù, la vera filosofia della vita, camminando sempre animosi e sicuri, colla coscienza che Dio, come disse il poeta:
Fece l'uom buono a bene….
Quel dì, l'abate Teodoro, più mesto e preoccupato del solito, s'incamminava a casa con passo lento e ineguale, pensando al tristo caso d'una povera madre ch'egli aveva poche ore prima assistita nell'agonia. Essa era morta di lenta e penosa consunzione, lasciando quaggiù dieci figliuoli: tre maschietti, il maggiore de' quali su' quattordici anni, e sette fanciulle, tapine creature, pressochè tutte rachitiche o scrofolose, a cui poco o nulla valeva d'avere il padre, lavoratore di seggiole di paglia, già logoro anch'esso dallo stento e dagli anni. Il pensare, che nel giro della superba e splendida Milano, languivano, come quella, tant'altre famiglie alle quali non poteva bastare la larghezza della pietà cittadina; il ricordarsi ch'egli stesso era l'ultimo d'una numerosa famiglia venuta in basso, e che aveva veduto morire in breve tempo padre e madre, e andarne disseminati fratelli e sorelle alla ventura nel mondo, moltiplicando il numero degl'infelici; queste e altre più amare considerazioni avevan raccolta una tetra nube sull'anima del buon coadjutore. V'ha di tali uomini che hanno bisogno di vivere nel sentimento del dolore; che in esso ritemprano, per dir così, le loro forze contro le ingiustizie terrene e la legge de' violenti; uomini che nacquero colla coscienza della sventura, accettarono severi e tranquilli le più difficili prove della vita, e che, giunti al fine della loro carriera, potranno dire come il forte antico: Il Signore mi coperse collo scudo della sua buona volontà. Essi vivono combattendo e sperando; essi sperano, perchè sanno che la sventura stessa è utile, quando s'afforza colla ragione; e che senza fede non c'è libertà.
Nel momento che l'abate Teodoro, giunto all'angolo d'un antico murello, prima di svoltar nella via di San Barnaba, che riesce dalle mura al ponte dell'Ospitale, levava gli occhi, raccogliendo alla persona la cappa, s'accorse d'un uomo che veniva innanzi a onde, tentennando a ogni passo, e facendo prova, ma invano, di tenersi alla muraglia. Quantunque si fosse fatto sera, potè vedere, al lume della lanterna della via, che quell'uomo col pesto cappello calcato in testa, e coperto di luridi panni, lottava a fatica contro i fumi del vino, e falciava l'aria gesticolando colla destra, in atto d'ira e di maledizione. Scorse poi che, sotto l'altro braccio, egli si teneva ravvolto qualche cosa entro una vecchia coltre, della quale i lembi cadenti scopavano il terreno; e l'udiva bestemmiar con rotte voci, che gli vennero un poco distinte quando colui si fe' più vicino, senza pensare d'esser tenuto di vista.
—Malann'aggia! diceva esso.—L'uomo e la ragione…. sono due cose!…. Io sono un povero diavolo, non sono un uomo io….—E qui dava in uno scroscio di risa.—La fame…. cosa importa mai? è una brutta strega…. la fame! bisogna farla affogare in un tino di vin nuovo…. Anch'io fo così! quando ho fame, bevo…. Evviva la ragione!…
Queste parole mettevano un brivido al coadjutore, il quale avrebbe voluto pur sapere che cosa quel disgraziato portasse con sè; e fece per accostarsegli; ma lo teneva indietro il raccapriccio di veder l'anima, soffio di Dio, fatta così vile e imbrutita in una delle sue creature.
—Ah! ah! ah! ripigliava l'ubbriaco.—E la mia donna?… Io per me la lascio piangolare a conto e dir le litanie…. E men vo a berci sopra…. Senti, signor oste! tu sei il solo a cui do del signore…. senti bene! La mia donna mi fa un'altra creatura; bisogna cercarle un padrino…. non sarebbe buono quel barlotto che tu sai?… No? pazienza. C'è ancora la Cà grande…. A' figliuoli di nessuno ci pensa la Provvidenza!… È una gran bella invenzione la Provvidenza!… Allegria in casa!… Presto dunque, oste del buco d'inferno…. un'altra gocciolina! Prendi questa povera stroppiatella…. e porta di quel da tredici!…