«Marianna».
Letto ch'ebbe, l'abate Teodoro si rasciugò gli occhi, e sospirando disse:—Parmi ancora di vederla quella disgraziata, là sur uno stramazzo disteso a terra, tutta tremante, e senza pur la forza di piangere…. Era una giornata piovosa del marzo…. Povera donna! e morì rassegnata…. Ma quel potente signore, che volle come ridere allorchè io gli parlai, che rifiutò d'ascoltarmi quand'io m'arrischiava di mettergli dinanzi agli occhi quella scena…. Mi pare ieri!—Signor abate: mi disse: ella mi piglia un tuono che non s'usa più con certe persone…. In verità, non capisco di chi voglia parlare…. E poi, a che pigliarsi fastidio di cose che succedono tutti i giorni?… Il mondo è fatto così!—Queste erano le sue risposte. Buono ch'io non son solito a darmi vinto così presto! quando tornai all'assalto, quel signore alzò la voce, ma io parlai più forte di lui; allora il vidi venir giù a poco a poco, raumiliarsi, promettere di far qualche cosa. Che uomo!
Qui prese un altro di que' fogli; e come per tener dietro al filo de' pensieri che l'occupavano, vi corse sopra cogli occhi. Quel foglio, a lui medesimo indirizzato, era questo:
«Reverendo Signore!»
«Ho l'ordine di passare nelle sue pregiatissime mani la somma di milanesi lire seimila (dico L. 6000) da investirsi per la causa e ne' modi a lei noti; della quale somma ella potrà disporre, come e quando crederà meglio, a beneficio della persona per cui ebbe già ad interessare l'illustrissimo signor ****. Lo stesso illustrissimo signore dichiara però, secondo anche le precorse intelligenze, che non intende assumere nessun obbligo verso la detta persona, considerando questo assegno quale semplice e graziosa donazione.»
«Ciò mi onoro parteciparle, per espressa commissione, e starò attendendo il piacere di Lei, reverendo signore, per disporre il pagamento della somma sovraindicata; mentre mi protesto con tutta la stima,
Di Lei,
«dev. obbl. umil. servitore.
«M.*** procuratore.»
In seno a questa lettera c'era copia della ricevuta delle seimila lire che l'abate Teodoro aveva trasmessa a quel signore; comechè fosse persuaso che nulla di più sarebbegli fatto d'ottenere a pro dell'orfano d'una madre più disgraziata che colpevole, della quale, come ministro del Signore che perdona, volentieri aveva accettato la misera eredità. V'era pure una cartella del Monte dello Stato, portante l'annuo reddito di fiorini ottanta; poichè il prete, null'altro sapendo se non che il fanciullo era tuttora vivente, senza averne mai potuto scoprire alcuna traccia, volle serbar intatto e sicuro quel tenue peculio, ch'egli considerava come proprietà d'un suo pupillo. Anzi, per trovar modo a togliere dalle strette il giovinetto, ove la sorte favorisse le sue ricerche, aveva dato a frutto, d'anno in anno, presso un buon notajo di sua confidenza, gl'interessi di quella rendita a lui intestata; e così mano mano, sendo corsi quasi vent'anni, egli era giunto a raddoppiare il piccolo capitale. In ogni caso poi, pensava che, alla sua morte, quel danaro sarebbe stato de' poverelli. Le ricevute di que' frutti e le quietanze del notajo presso il quale avevali dati a mutuo, con uno specchietto delle somme relative al credito, erano fra quelle carte, unite tutte, dalla prima all'ultima, con un ordine scrupoloso.
Bisogna dire che l'abate Teodoro non avesse perduta ogni speranza di sdebitarsi del sacro dovere assunto; giacchè, dopo ch'ebbe ripassate le carte, le quali non credemmo inutile di por sott'occhio al lettore, pigliò, con non so quale convulsiva agitazione, un fascetto di lettere ch'era entro lo stesso cassettino dello scrittojo donde levò prima il piego.
—Ecco qui—diceva, trascorrendole e tornando a leggerne qualche brano, costretto quasi dall'intima forza del pensiero che quella sera lo signoreggiava—ecco qui l'attestato, come il Luogo Pio consegnasse a una balia in campagna il fanciullo; ecco le fedi di sopravvivenza di lui, firmate dal parroco, colle quali i contadini che l'avevano ricoverato venivano a ricever due volte l'anno quel poco di roba e danaro, che suol dare la Casa. Dopo il diecinove, quando il fanciullo poteva avere poco più di sett'anni, non ne trovai più indizio.—Tacque, e stette alquanto sopra pensiero.—Oh! se non fosse morto quel buon parroco di ***, ch'era proprio il padre della sua greggia, uom di senno e di cuore, come ne abbisognano alle nostre campagne, forse ne saprei di più…. Quell'ottimo amico era pur riuscito a seguir la traccia del povero giovinetto…. Era ben lui che allora mi scriveva: «Questo povero fanciullo pareva scemo dell'intelletto; la famiglia che il teneva in casa, lasciavalo tutto il dì solo nella campagna…. più d'una volta io stesso, ne' miei passeggi, lo trovai seduto su qualche rialto di terra, a guardar il sole, e mi faceva una gran compassione…. Un bel dì, non fu più visto nel paese: seppi però, da un curato amico, come fosse ricoverato qualche notte in un casale della sua parrocchia: ho scritto alla Deputazione di quel paese, e n'attendo risposta….»