—E in quest'altra:—«Non credo ch'egli sia morto, come voi dubitate; però, credo che non torni facile seguirlo nel suo misero pellegrinaggio. Ho saputo, or fa qualche mese, che un fanciullo perduto, di quattordici anni all'incirca, che potrebbe anche esser lui, fu visto a****, piccola terra a un venti miglia di qui. Se il Signore non ha avuto pietà di lui, se non lo tolse ancora di mezzo alle miserie di questo mondo, si dovrebbe pure, una volta o l'altra, averne contezza: potrebbe, fors'anche, essere stato chiuso in qualche pio ricovero come derelitto…»
—E un mese di poi, era ancora lui che, venuto a Milano, e passato apposta a ritrovarmi, mi diceva, ben me 'l ricordo: Ho speranza di farvi saper qualche cosa del vostro infelice orfanello; ho raccolte le più piccole circostanze, che mi danno non so quale conghiettura più fondata di ciò che avvenne di lui; ve ne scriverò al più presto.—Furono le stesse sue parole…. Ma!… dopo alcune settimane, quel brav'uomo non era più! Ed io non seppi far più nulla; e queste carte sono ancora qui, e tutto mi sta, come un rimorso, sulla coscienza….
Capitolo Decimoquarto
In quel punto, don Teodoro intese alcuni colpi leggieri e ripetuti all'uscio della scaletta; presumendo già chi potess'essere, si volse appena dallo scrittojo, e domandò:—Che c'è di nuovo?
—Don Teodoro, venga presto…. al numero trent'uno, crociera dell'Annunziata: una grama creatura, che, può darsi, ma non arriva a vedere il domani….
Così rispondevagli, entrando nella stanzuccia, un vecchio infermiere, colla cadente sopravvesta di tela verde e un goffo berrettino di felpa dello stesso colore, che appena proteggeva il suo calvo cucuzzolo. Era il capo infermiere delle crociere delle donne, un poveraccio che aveva consunto sessant'anni di vita fra le mura dell'Ospedale e quelle del vicino asilo de' trovatelli: dove, come tant'altri figli di nessuno, ebbe egli pure la sua culla e una capra per balia, e dipoi un tozzo di pane, fino a quando gli riuscì, per buona sorte, di farsi impiegare prima come portantino, poi come infermiere dello spedale: tutto il suo mondo era là. Vedeva entrare malati, feriti, agonizzanti; uscir pochi vivi, a furia i morti; sentiva passeggiando, colle mani intrecciate dietro le schiene, per le crociere affidate alla sua vigilanza, i lamenti d'uomini, di donne, di fanciulli e di vecchi, che finivano d'ogni guisa di morte: e per lui era lo stesso, una cosa naturale; vi poneva mente quanto il capo dell'orchestra, prima che s'alzi il sipario, agli stentati accordi de' suonatori. Egli soleva riconsegnare al povero, che partiva sano e allegro, i pochi panni con cui era venuto, con la medesima indifferenza che mostrava nel tirare il lenzuolo sulla faccia di quello che aveva appena reso l'anima a Dio. E con tutto questo, il Ghezzo, che così lo chiamavano tutti, perchè vestito, com'era sempre, di color verde, somigliava al ramarro a cui il lombardo dà siffatto nome, era forse il più galantuomo fra tutti gl'inservienti dell'Ospedale. E quantunque un po' brontolone, dove appena potesse far cosa alcuna per secondare il desiderio de' suoi ammalati o de' parenti, allorchè capitavano a visitarli, senza però transigere col proprio dovere, lo faceva volentieri; nè v'era pericolo che volesse il compenso nemmen della croce d'un quattrino. Il Ghezzo era una particolarità del suo genere: in quella casa del dolore, in mezzo alle tribolazioni, egli era dappertutto, egli dava orecchio a tutti i guaj; tirava innanzi con una buona scrollatina di spalle; ma poi faceva, come si dice, l'impossibile per ajutare chi ricorresse a lui; nè gli mancavano le occasioni.—Se i poveri diavoli non s'ajutano un po' per uno, diceva, chi volete che faccia per loro?…
—Don Teodoro! ripetè egli, vedendo che l'abate, contro il solito, era distratto: Faccia presto, le dico, se vuole arrivare in tempo.
—Andate innanzi: secco rispose: io vengo subito.
—Aspetto per farle lume, don Teodoro….
—Or bene, eccomi.