Il Ghezzo, pigliato il moccolo dallo scrittojo, precedeva il prete: e discesi così dalla scaletta, attraversarono lo spazioso cortile, e salirono al portico del piano superiore, rischiarato in quel punto dagli obbliqui raggi della luna, la quale cominciava a spuntare tersa e lucente, di sopra la lunga linea bruna formata dall'opposto lato dell'edificio. In quel vasto asilo delle miserie, in mezzo all'alto silenzio della notte, ai passi del vecchio infermiere e dell'abate rispondeva, sotto le vôlte de' portici, un'eco tanto malinconica, che don Teodoro, già prima addolorato nell'anima, diventava ancor più cupo e pensoso. Spirava un vento sottile, che faceva dondolar cigolando le lanterne appese qua e là, all'entrata d'ogni crociera; nè altro romore interrompeva quella mesta quiete notturna, fuorchè lo strepito di qualche catenaccio dischiuso con una strappata, o di qualche porta sbattuta dal vento, o il monotono rintocco dell'ore da tutti i campanili della città.

Ma, nel momento che don Teodoro, svoltata l'ala del portico, stava per entrare nella crociera dell'Annunziata in compagnia del Ghezzo, occupato, giusta il suo costume, a brontolar fra sè, vide all'altro capo del portico, in mezzo al bujo, comparir due lumi e alcune persone; e ben comprese che da quel lato un'altra infelice creatura moriva, e che un altro ministro del Signore le recava nel punto stesso il pane dell'ultimo viaggio. Quella vista lo richiamò al santo dovere del suo ministero; e facendo forza per cacciar dalla mente l'estranea sollecitudine che l'avea dominata, alzò l'anima a Dio; e, raccolti i pensieri, s'accinse più commosso che mai all'opera di consolazione e di perdono per la quale era chiamato.

Entrarono nella lunga, silenziosa crociera. Settanta povere donne, madri, fanciulle, vedove, spose, languivano colà l'una a fianco dell'altra, vittime dell'infinito numero delle febbri tifiche e acute, che sotto forme così mutabili e diverse mietono ogni anno tanta parte del popolo. Que' letti, distanti fra loro non più d'un braccio, coperti di una coltre a liste azzurre e bianche, con un piccolo crocifisso a capo di ciascuno; quella negra tabella, portante l'iscrizione della malattia e il numero del letto dell'inferma; quel numero dato a ciascuna, fin dal primo entrare, invece del suo nome, che nessuno forse pronunzierà più sulla terra; tutta questa trista scena, sebben fosse quella che di continuo aveva sotto gli occhi, non eragli sembrata mai così trista, mai non avevagli stretto il cuore come in quell'ora.

Attraversando per lo lungo la crociera, guardava di tanto in tanto, con pietosa apprensione, le povere ammalate, le quali, non potendo trovar requie, arse o abbrividite dalla febbre, sembravano come implorare da lui, con una lunga occhiata, una parola di conforto, una benedizione: avanzavasi, e ne scorgeva più d'una stendere fuor delle coltri lo scarno braccio, e bere a stento un po' d'acqua per mitigare il fuoco che le consumava; udiva qualche bisbigliata prece, qualche gemito sommesso e trattenuto di chi soffriva di più, e il respirar tardo, affannoso d'alcune da cui forse sarebbe stato chiamato fra poco. E tutte quelle creature del Signore, aspettando ciascuna l'ora sua, pativano e tacevano.

Abbenchè non passasse ora, senza che questa vista compassionevole gli rinnovasse i pensieri misteriosi e tremendi; nondimeno don Teodoro, che continuava volonteroso quel sagrifizio della sua vita, appunto perchè era per lui il sagrifizio di tutti i giorni, nè mai aveva perduto lo spirito del pietoso amore che, purificandosi in mezzo a miserie e a patimenti, diventa la virtù d'un santo, sollevava a quella vista, dal profondo dell'anima, una preghiera all'Eterno. In quell'istante, pensando a tante disavventure, a tanti dolori che sono sulla terra, egli domandava, per tutti i suoi fratelli, la rassegnazione e la fede.

Giunse allora al letto che portava il numero 31; e maravigliò vedendo che, a un'ora così tarda, contro il costume e le rigorose discipline del luogo, si trovassero ancora vicine a quel letto due persone sconosciute, silenziose, raccolte in sè stesse, nell'atteggiamento del più profondo cordoglio. Sostenuta da alcuni cuscini, se ne stava mezzo sollevata sul letto una donna già grave d'anni, dimagrita così che non si sarebbe detto giacersi un corpo umano tra quelle coltri, se i ginocchi rattratti, e le braccia stecchite e stese fuor delle lenzuola lungo l'accosciata persona non avessero indicato che su quel giaciglio una poveretta poteva ancora patire e lottar colla morte. Nel momento stesso l'ammalata stava come sotto l'oppressura di una sincope improvvisa; la sua testa era inclinata sul petto, le pupille chiuse, contornate da un lividore di morte, la bocca mezzo aperta, e senza respiro: il solo indizio che durasse la vita in lei era un convulsivo tremito delle mani, con le quali pareva far di continuo uno sforzo come se volesse premere qualche cosa che non trovava.

Era la vecchia e povera Teresa: vicina al gran passo, andava cercando con la sua mano quella del figliuolo che aveva almeno potuto rivedere prima di morire, del suo Damiano.

Il giovine, vestito di poveri panni, che stavasi vicino a quel letto, pallido, ritto, cogli occhi fissi, colle braccia in croce sul petto, era lui.

Il giorno innanzi, all'uscir della prigione, Damiano s'era incamminato, debole ancora e con non so qual turbamento nell'animo, verso casa sua. Credendo impossibile che tutti l'avessero così dimenticato, non sapeva che pensare di Rocco e del signor Lorenzo. Camminava incerto e vergognoso per le vie, quasi che tutti lo guardassero in faccia, e al pallor della sua fronte, agli abiti sdrusciti, al tremito di tutta la persona, avessero a indovinare ch'egli usciva del carcere. Ma il pensare che fra pochi momenti sarebbe stato nelle braccia della madre, ch'essa e la buona Stella lo sapevano innocente, lo confortò, gli diè lena, fecegli scordar tutto quello che aveva passato.

Per giungere alla piazza Fontana, egli aveva prese le vie poco frequentate; allorchè, tutto a un tratto, sentì chiamarsi per nome: a quella voce si guardò indietro…. e Damiamo vide Rocco che correva a lui.