Quando don Teodoro intese che quel giovine, vestito ancora della grama casacca del soldato, non era fratello di Damiano, ma l'unico amico suo; quando udì il generoso sacrificio che il buon figliuolo fece della propria libertà, per non togliere a una famiglia non sua il solo sostegno che avesse, gli si volse maravigliato e commosso, tutto consolato di trovare un'anima così rara e onesta sotto a quella ruvida scorza, così piena d'amore e di virtù. Allora, volle sapere de' fatti loro qualcosa di più; come si fossero conosciuti, e dove, e quando: e Rocco, che in vita sua, fuor di Damiano, non aveva trovato mai nessuno che volesse dar mente a lui e alle sue fantasie, si mise a parlare, come il cuor gli diceva, de' suoi prim'anni, de' quali ben poco si ricordava; comechè quel tempo fosse stato per lui quasi un sogno di cui non aveva potuto mai trovare la spiegazione. Ma ricordavasi ancora che, da fanciullo, sentendo gli altri fanciulli domandar la mamma, egli si metteva a piangere, e fuggiva, fuggiva per le campagne, come il capriuolo selvaggio, non fermandosi che per guardar nel cielo lontano e infinito, se una voce domandasse lui pure, in quel modo che sentiva chiamar per nome i figliuoli degli altri.

Questa strana rivelazione colpì fortemente don Teodoro; e la certezza che il giovine doveva appartenere all'ampia famiglia di que' poveretti, i quali portano, vagando sulla terra, la pena della miseria, o d'una colpa da loro non commessa; la corrispondenza dell'età, del tempo, perfino la circostanza che l'aver perdute quasi del tutto le memorie della fanciullezza induceva il dubbio che veramente in allora la sua ragione fosse vacillante e scema; ogni cosa insomma veniva come a dar forma a un vago presentimento del prete, che Rocco potesse mai essere quel fanciullo da lui per tanto tempo e inutilmente cercato. E si rifece a interrogarlo più attento, notando le sue risposte, il menomo cenno che valesse a dargli qualche filo di verità: ma non mostrò al di fuori la grave preoccupazione del suo pensiero; chè non voleva turbare così la serena e semplice anima del povero soldato.

Anzi, appena s'avvide che le sue interrogazioni lo ponevano in non so quale impaccio, destando anche qualche ombra di sospetto in Damiano, tagliò a mezzo ogni discorso, e li congedò; ma non senza farsi promettere che sarebbero tornati al domani. Damiano passò tutto quel giorno a canto del letto di sua madre; la quale, riavutasi un poco dall'abbattimento del dì passato, cominciava a racquistar la buona speranza e non rifiniva di ringraziare il cielo che le avesse restituito il figliuolo.

Damiano non volle però, in quel giorno, metterla a parte de' pensieri che intanto avevano ricominciato a travagliarlo.

Egli si sentiva, come per lo addietro, animoso e onesto; il suo cuore, l'onor suo eran quelli di prima; e due mesi di carcere ingiustamente patito non dovevano averlo mutato in faccia a coloro che in passato gli avevan voluto bene. Così, poneva allora tutta la sua speranza nel signor Natale, quel negoziante di mobili, presso il quale s'era allogato prima del suo processo; lo stimava il re degli uomini, tenevasi persuaso che non gli avrebbe fatto il torto di licenziarlo. Voleva, senz'altro, presentarsegli franco e sincero al domani; e una volta che si fosse con lui racconciato, sperava di riuscire a trovarsi ancora un tetto, di farvi trasportar la mamma, appena si potesse; certo che allora anche la Stella sarebbe ritornata a star con loro; al modo, ci avrebbe pensato poi. A un giovine, come lui, non poteva mancar la forza di combattere contro la povertà, contro la oppressione della vita; capiva d'aver bisogno di tutta la serietà della sua mente, di tutta l'energia del suo cuore; e sperava ancora. Qualche cosa d'ignoto e di grande gli suscitava ancora la vita nell'anima; non avrebbe saputo spiegarlo, ma lo sentiva, che l'uomo è grande, solo perchè quello che ha dentro di sè non lo appaga, e perchè aspira sempre a qualche cosa, che non sa dire, ma che dev'essere il bene.

Intanto che Damiano usciva dal portone dell'Ospedale, seguendo queste confortatrici ispirazioni; intanto che apriva i suoi pensieri all'amico, il quale dal canto suo non davasi pace di non saper far altro che venirgli dietro come il cane del santo di cui portava il nome; poco lontano di là, tre persone, che da un pezzo non s'erano trovate e stupivan forse di trovarsi insieme, entravano in compagnia nell'antica osteria del Biscione. Due di loro, a prima vista l'avresti detto, s'eran messi d'accordo, e se la intendevano, anche senza spiegarsi; il terzo veniva innanzi a rilento, con non so qual titubanza e paura, quasi capisse e volesse anche significare colla sua ritrosia quello non essere luogo per lui. Ma i due l'avevan, per così dire, serrato in mezzo; e a furia di gentilezze e complimenti, se lo cacciavano innanzi. Si fecero aprire un'appartata stanzuccia a terreno, s'allogarono a una tavola, costringendo a sedere fra loro due il renitente convitato; e l'uno poi, che pareva il più autorevole, alla prima, comandò che fosse servito un buon cappone co' tartufi, e una bottiglia di Barbéra. L'altro allora cominciò a rassegnarsi, a farsi un po' sereno in ciera; pure sbirciava di qua e di là i compagni, poi la porta, come se ancora non si tenesse del tutto in sicuro.

—Oggi tratto io!—esclamò quel primo; e all'aria e al contegno l'avresti detto un signore, anche senza il bel diamante che gli spiccava sullo sparato della camicia. Egli faceva ogni studio per tener desto il buon umore colle cortesie e facezie, che non morivangli in bocca, ma più col non lasciar mai che vuoti riposasero sulla tavola i bicchieri de' due commensali. L'un d'essi, uom dozzinale, benchè insaccato in abiti nuovi con certa signoril pretensione, teneva sodo senza esser pregato: l'altro all'incontro stringevasi nelle spalle, cercando farsi piccino nel vecchio soprabito nero dentro il quale pareva ballare; e mentre con una mano pigliava il bicchiere, nascondeva coll'altra sotto la seggiola il suo cappello a tre venti.

—Le son proprio obbligato, cominciò colui che aveva comandata la cena, della sua condiscendenza, don Aquilino.

—Eh! eh! non dica tanto, mio caro signore.

Il prete che, sospinto un po' dalla paura, un po' dalla gola, non aveva saputo resistere all'invito del signor Omobono e del Rosso, cameriere dell'Illustrissimo, era veramente quel disgraziato di don Aquilino.