Capitolo Decimottavo
Chi si mette sulla via del male, nè più si riguarda indietro, cammina senza memoria, senza speranza, senza rimorso; come Caino errante nel deserto, egli crede di poter fuggire la maledizione di Dio che gli sta sul capo. Nell'animo del cattivo stanno nascosti i più cupi, i più spaventosi misteri che l'Eterno impose all'umana natura; e la sua miseria maggiore, e la contraddizione più dolorosa è quel crearsi una fatale necessità del male, rinnegando del pari vizio e virtù, ridendo della fede e del sagrifizio, non credendo nè alla ragione nè all'amore.
Ma il vizio lasciasi dietro un solco che più non si cancella. Quante volte, se venga a stringerti la destra alcuno che in segreto ti odii, tu ne senti un ribrezzo involontario, un gelo nel cuore! Quante volte, senza sapere il perchè, cerchi di fuggire chi ostinato s'attacchi a' tuoi passi, o appena lasci cadere una volta sopra di te una gelida parola, un sarcasmo! Quel senso così mesto, benchè il più delle volte non paja più certo d'un'ombra che passa sulla muraglia, o più vivo del ricordo d'un tristo sogno, benchè non sia che lo stormir d'una foglia, il freddo che ti punga al toccar d'un verme, pure è come un sospetto di morte, è la parola segreta che ti fa cauto di colui che t'è vicino. Hai veduto la modesta pratolina, spuntata appena su breve zolla tra i rovi della siepe, languire ignota e senza colore là ove nacque, e al secondo mattino non mirar più il sole? Tal è dell'innocente, a cui nella primavera della vita s'accosti insidioso l'uomo abituato al male. Dov'è il balsamo che possa sanare la piaga d'un povero cuore tradito?
Il lettore conosce già l'oscuro e uggioso quartiere, ove abitava il signor Omobono: e sebbene quel ricovero fosse nelle parti più deserte e malinconiche della città, a nessuno conosciuto, come la tana del lupo, noi vi torneremo ancora una volta, per iscoprire, se ci torni possibile, i tortuosi avvolgimenti di quell'uomo malvagio che con sì coperti artificj continuava, per fredda crudeltà, la sua vendetta contro la sventurata famiglia della Teresa.
Egli era salito alle sue stanze, dopo che, incontratosi un'altra volta col Rosso, suo degno ajutante, concertò con lui il modo più sicuro per riuscire ne' loro scelerati disegni, de' quali abbiamo potuto intravedere una parte. Serrò, sprangò la porta; poi cavata una borsa fe' scorrer sulla tavola parecchie monete d'oro: erano il ricavato d'un'asta giudiziale, ch'egli aveva fatto tenere in quella stessa mattina per ricattarsi d'un suo credito. Un onesto e vedovo padre di famiglia, cacciato dall'ultimo ricetto della miseria, andava quel dì a limosinare il pane per i suoi figliuoli; ma il signor Omobono era stato, a lira e soldo, pagato di tutto il suo, capitale e interessi.
Passò dietro al paravento, e chiuso ch'ebbe il denaro in quel suo forziere incassato nel muro, si pose a tutto suo agio sul piccolo canapè, per riposarsi del molto correre che aveva fatto; e aggrottando le ciglia, cominciò a pensare.
Quand'egli, in compagnia del cameriere dell'Illustrissimo, aveva cercato di tirar dalla sua anche il malaccorto cappellano, non lo fece per altro fine, che per ravviluppare l'infamia da lui meditata in una tale matassa che non fosse più possibile, in qualunque caso, trovarne il bandolo. Servire al capriccio dell'Illustrissimo, non era il suo scopo. Superbo e vile nello stesso tempo, egli aveva sempre strisciato nel fango; ma in cuor suo disprezzava, abborriva coloro che stanno in alto. Entrato in grazia di non pochi signori, fra quelli che per inerzia o spensierataggine aman di trovare aperta a ogni lor cenno la borsa di qualche usuraio, egli aveva tesa intorno a sè una gran rete d'intrighi e di baratti; e vedendo crescer l'oro ne' suoi scrigni, agognava il momento di potere alla sua volta disprezzare, come s'era veduto per tanto tempo disprezzato e calcato nel suo niente. Così, egli s'era abituato a fare il male, colla sorda voluttà del tarlo che rode le fibre d'un bell'albero antico.
Dal primo dì che, in casa della pegnataria s'imbattè con Damiano, il signor Omobono, da lui ributtato, soffocò nel cuore la rabbia e la vergogna che n'aveva sentito. Non vide come quel giovine avesse già indovinato ciò ch'egli voleva, nel profferirgli amicizia; non pensò al male che egli ruminava nel suo segreto, ma al dispetto di trovarsi così disprezzato, o forse così ben conosciuto. Poi, quando venne in confidenza della vedova, quando conobbe la bella innocente figliuola, vi fu un momento in cui avrebbe voluto disfare ciò che fece prima, non per altro che per secondar la volontà di un ricco svogliato e potente. Ma in quel mezzo, le replicate minaccie di Damiano, e il livore che lo rodeva dal dì che gli convenne tranghiottire il più vituperoso degli insulti, lo acciccarono del tutto, e non pensò più che a vendicarsi. E la sua vendetta doveva essere la più certa, la più atroce; voleva veder rovinata per sempre la famiglia della povera Teresa. Se in allora, la paura più forte della rabbia non l'avesse trattenuto, un delitto sarebbe stato un'inezia per lui, purchè avesse potuto vedere infami fratello e sorella. Fu per non porre a rischio se medesimo, che persuase al Martigny quella trista impresa, della quale già sappiamo la mala riuscita. Però, sebbene il colpo uscisse a vuoto, egli non lasciava intanto di mungere molt'oro a' suoi illustri mandatarj; tanto più che seppe in faccia a loro esagerare il corso pericolo. Nè aveva dimenticato quanto gli costò il salvarsi dalle pericolose ricerche dell'autorità, quel giorno che, insieme al signor Lorenzo e a Damiano, era stato condotto dinanzi a un processante. Il nome dell'Illustrissimo e un volpino intreccio di bugie, spiattellate là in quel primo costituto, l'avevano fatto uscir netto per allora: ma non si tenne sicuro fino al momento che al Martigny, imbarcatosi in acque perigliose, udì imposto lo sfratto dal paese, comechè costui non potesse nemanco provare ove fosse nato, malgrado i certificati messi fuori, equivoci come i fatti suoi. Ma l'Omobono non sentì nè rimorsi, nè compassione; solo paura. Sapeva bene che, dopo tante cose, l'Illustrissimo poteva fors'anche essersi dimenticato di quel passatempo, ch'egli un dì volle offerirgli, per divagarlo dal tedio signorile dell'etichetta. Ma come, per il fine più occulto a cui lavorava sempre e agognava, l'Omobono, con diabolica insinuazione, aveva saputo a quando a quando ricordargli la giovine, ritoccandogli dello smacco che si volle fare a lui, col portargliela via proprio sotto il naso; l'Illustrissimo, un bel dì, in un accesso di stizza, uscì a dire che volentieri avrebbe dato una delle sue più belle cascine nuove per mandare a monte il piano della confraternita, la quale aveva stimato agevole dar la legge a lui.
Fu dopo aver veduta nell'Illustrissimo codesta disposizione d'animo che il signor Omobono, ormai sicuro di condurre a fine nello stesso tempo due negozj, accaparrarsi cioè di nuovo la benevolenza del nobile padrone, e venire a capo di quella vendetta alla quale parevagli d'aver lavorato fino allora inutilmente, credè giunto il momento di raccor le fila già disposte. Vide alla prima che il far rapire la giovine dal Ritiro sarebbe stata follia pericolosa; lo spediente poteva esser buono a' tempi antichi; ora il codice criminale parla troppo chiaro. Per mettersi al coperto d'ogni conseguenza, studiò il modo più acconcio d'indur la fanciulla a fuggire dal ricovero; e credè d'averlo trovato.
In quell'ora ch'egli passò, solo, seduto là nella sua muta e fredda stanza, ricorse col pensiero la tortuosa via tenuta fino a quel giorno; non tremò, non ebbe raccapriccio di sè stesso; solo una volta mormorò sordamente:—Se non fosse stato quel ch'è stato fra Damiano e me, non saremmo venuti a tal punto!…