Le due stanze erano al più alto piano d'un lungo casamento che guarda sulla piazza Fontana, e dove cento famiglie del popolo, le quali vanno, vengono, e s'alternano di continuo a brevi spazii di tempo, nascondono la povertà e la fatica, il bisogno e il vizio. Nessuno aveva posto mente a' nuovi vicini di casa; e intanto le due donne, con quel naturale senso d'ordine e d'economia, che alle anime contente del poco tempera il patimento nei giorni stessi dell'avversità e dona non so quale altezza nella mala fortuna, trovarono il segreto di dare all'angusto loro quartiere un aspetto di grata mondezza e semplicità. E l'una e l'altra delle stanze avevano un uscio e una finestrina inferriata che davan sul lungo ballatojo esterno, dalla parte d'un cortilaccio; dall'altro lato, in ciascuna stanza, una finestra più grande, mal difesa da imposte vetriate, s'apriva sulla pubblica via. Nella prima, più angusta, non si vedevano che due letti, uno a rincontro dell'altro, ne' due angoli a manca dell'entrata; là stavano Damiano e suo fratello. La seconda stanza, un poco più capace, aveva nel fondo un'alcova, e di fronte a questa un cammino sporgente collo stretto e alto focolare, come tutti i cammini de' poveri. Sotto la finestra, verso il cortile, era un fornellino; accanto all'altra, che guardava la via, si vedevano sempre al luogo stesso, un tavolino e il telajo di Stella, ben forniti di biancherie diverse e di lavori d'ago o di spola: in quel cantuccio madre e figlia passavano l'intera giornata. Nell'alcova era collocato il letto della Teresa; quello di Stella, più piccolo e basso, nell'altro cantuccio, dietro una bianca tendina di percallo a drappelloni che, durante il giorno, lo copriva alla vista di chi venisse.

Non era passato che poco più d'un mese; ma in quel breve correr di giorni, le due donne, senza perder tempo, procacciatasi la clientela d'una buona mercantessa di mode della vicina piazza del Duomo, e sperando che questa n'avesse a tirar con sè qualche altra, vedevano di poter vivere senza stancare la carità altrui. Così, a poco a poco, si misero animose a quell'assidua e non conosciuta fatica delle povere madri e figliuole del popolo, la quale sostenta a un tempo e miete le vite di tante creature, che passano senza domandar ragione del loro destino.

Capitolo Sesto

Damiano che, non tocchi ancora i vent'anni, la bell'età del coraggio e della speranza, si sentiva già padrone del proprio cuore, e guardava con occhio serio e mesto la vita, aveva anch'esso obbedito con gioja alle ultime raccomandazioni del padre. Amava tanto sua madre e sua sorella, che la voce dell'amore era per lui la voce del dovere.

Ma sebbene, nell'ardita confidenza d'un'anima piena di pensieri e tuttora inesperta, egli avesse giurato in cuor suo di riuscire ben presto a qualche cosa, per sè e per i suoi; nondimeno, le incertezze del suo stato, le prime angustie sopravvenute, le stesse speranze che, disegnandosi a poco a poco quali sono veramente, e facendosi più vive e più necessarie, stancano e logorano anche gli anni d'una pensosa giovinezza; infine quel dover ricominciare ogni dì una nascosta battaglia con sè medesimo e con le cose che lo circondavano, e sentirsi cader le braccia, e trovarsi sempre al principio della via; tutto ciò aveva desto in lui il primo tormento del dubbio, una precoce malinconia che facevagli troppo spesso presagire il male, cercar la solitudine e provare il bisogno delle gravi meditazioni: per soffocare così quel germe dell'ira che gli rampollava già nell'intimo del cuore, per tenere da forte la sua promessa, senza maledir gli uomini e la vita.

Egli aveva da natura sortito una bell'anima, una mente libera e franca. Fin da fanciullo, nudrito delle forti e franche parole paterne, cominciò ad amare quanto di bello e di grande gli sfavillava all'intelletto o al cuore. I semplici e maravigliosi racconti del padre e del signor Lorenzo, suo compare, quegli eroici fatti in cui i due vecchi soldati avevano avuta non l'ultima parte; quelle storie di pericoli, di battaglie, di trionfi, quel rapido mutarsi di genti e di cose, al quale non poteva tener dietro la sua tenera immaginativa, gli suscitavano prima di tutto pensieri di grandezza, di gloria, d'onore; e s'era figurato che l'uomo, se lo vuole, è sempre l'arbitro del proprio avvenire. Abbandonavasi alla spensierata fiducia dell'adolescente; il quale desidera, folleggia e sogna, trovandosi come nel mezzo di lieto giardino, dove fanno capo tutti i sentieri della vita; e non sa per quale mettersi, chè tutti del pari gli sembran facili e brevi; ma crede che per qualunque s'avvii, toccherà ben presto un alto e onorato fine.

È vero ch'egli era stato, per pochi anni un fanciullo. A dodici anni, non più audace e avventato come prima, s'avvezzò a pensare che cosa avrebbe fatto quando fosse divenuto uomo; e cominciò a mostrar nell'indole e nel costume una intempestiva serietà, un modesto riserbo, che rado s'incontrano in chi fin da principio non si senta capace di qualcosa di bene. A quella età, come volle il padre, andò alle scuole pubbliche del ginnasio; e in mezzo alle numerose, irrequiete bande degli scolari s'era messo in pensiero d'indovinare in piccolo quel che sia, press'a poco, il mondo veduto in grande. Fra il sommesso cinguettìo nelle panche della scuola e l'insolente rombazzo che si menava ne' cortili all'ora del riposo, seppe di per sè discernere le piccole gare, le amicizie, i rancori; trovò anime tranquille, solitarie, e cuori già pieni di malevolenza e di fiele; vide gl'intrighi de' mediocri, la sfacciatezza de' cattivi, tutti i buoni e i mali affetti che già si urtano e si rimescolano fra loro. E si diede a pensare che tale doveva essere il mondo, ove si fanno continua guerra l'amore e l'odio, la virtù e il vizio.

Così, a quel tempo, ebbe pochi amici anche tra i compagni della scuola; ma con que' pochi s'era legato di fraterno amore: e nell'ore che gli avanzavano libere, massime le domeniche e i giovedì, soleva raccogliersi coll'uno o coll'altro, rifacendo gli studj in comune, leggendo insieme, e con gran gioja, i pochi libri che potevan trovare; ricopiando o mettendo a memoria le più belle pagine de' nostri poeti che loro cadevano fra mano, e de' quali, senza ch'altri ne li facesse accorti, sentivano il misterioso incanto. Allora esultavano, piangevano, parlavano a lungo insieme i poveri e buoni giovinetti; le loro candide e serene fantasie aprivano il volo nel paradiso della poesia; e il divino aspetto della bellezza rifletteva anche in essi il suo raggio creatore. Essi non sapevano allora; ma, pur troppo, l'avvenire non doveva avere per loro, come non ha per nessuno, de' momenti più sublimi, delle inspirazioni più care di quelle!

Fu appunto allora che Damiano prese a voler bene, sopra tutti i compagni, a un giovinetto di poco maggiore di lui, figliuolo d'un pittore; e ben sovente, appena il potesse, passava di lunghe ore in casa di quest'amico suo. Il pittore, di cui parlo, abitava, come tant'altra brava gente, a un quinto piano; non era un genio, ma conosceva l'arte sua; le aveva posto amore, nè mai s'era indotto, appunto per l'amore che le portava, a farne vile mercato. Per ciò era povero.

Nello studio dell'onesto e ignoto artista, il giovin Damiano sentì in quel tempo un forte turbamento, soave insieme e penoso, inesprimibile, non provato mai; era quell'incerto desiderio di bellezza e di virtù che aveva circondato fino allora gli anni suoi e che cominciava a prendere sembianza e parola. Non sapeva staccarsi dal cavalletto del suo buono amico, il signor Costanzo, che così chiamavasi il pittore; e mentre questi, silenzioso, stava dipingendo una testa della Madonna per qualche chiesa di campagna, ovvero uno di que' ritratti dei defunti benefattori dell'Ospedal Maggiore, che fanno l'aspettativa de' nostri umili artisti, il giovinetto gli si teneva a' fianchi, riguardandolo; e quando gli chiedeva il segreto di rimpastare i colori sulla tavolozza; e quando, trafugata una listerella di matita e un frammento di cartone, cheto cheto rincantucciavasi dietro il cavalletto, per ritrarre a suo modo alcuno di quei busti di gesso tolti dall'antico che fregiavano qua e colà le pareti dello studio. E il pittore lo lasciava fare. Venutigli però sott'occhio quegl'ingenui abbozzi, primi tentativi della mano fanciullesca, maravigliava scoprendo da certa nettezza de' tratti, da certa armonia de' contorni, la naturale inclinazione del giovine all'arte sublime, figlia prediletta del cielo italiano.