Pertanto, innamorato com'era di quest'arte, il pittore prese ad iniziar Damiano nel disegno. Era una festa per il giovinetto alunno l'accorrere sempre a lui nell'ore libere, e studiarsi di rispondere alle cure del brav'uomo: il quale, in breve, si addiede che in quel tenero cuore era già viva la favilla animatrice del genio. Ma, avvilito dall'oscurità sua, abbandonato nella sua soffitta, e di continuo alle prese col bisogno, il pittore provò insieme a codesta gioja un dolore, uno sconforto; e pensando a quell'anima verginale che voleva anch'essa innalzarsi nel cielo della creazione, tornava sul proprio passato. Meditata la propria sorte, temè che, addirizzando il giovinetto su quel cammino non avrebbe forse fatto che un infelice di più. Pure, alcun tempo di poi, stimò bene di conferirne col padre di Damiano; se non che al vecchio Vittore la proposta del brav'uomo di avviare nella pittura il figliuolo sembrò una mattezza: egli viveva persuaso che il regno delle scienze e delle arti era finito, se non da per tutto, qui da noi, con Napoleone. E pensando meglio per il figliuol suo che diventasse ragioniere, sensale, agente di cambio o qualcosa di somigliante, anzichè povero sapiente, od oscuro artista, non volle acconsentire che entrasse alle scuole dell'Accademia; risoluto invece che, finito lo studio del liceo come tutti gli altri, si dovesse mettere per altra via più battuta e piana, non volle sentir altro discorso di pittura nè di poesia.
Nondimeno, continuò Damiano in segreto a visitar la soffitta del suo maestro e amico. Quel primo amor dell'arte crebbe in lui ogni dì, e divenne a poco a poco il suo sospiro, il suo segreto. Vegliava le notti, disegnando al lume d'una lucernetta; o s'alzava coll'alba, per consacrar le prime ore del giorno alla sua misteriosa fatica, dando viva forma a' sogni dell'anima giovanile, dimenticando in quell'ore ogni altra cosa. Ma sopravenne una improvvisa sciagura che ruppe la sua prima affezione; una di quelle sciagure che lasciano nella vita d'un giovine tale impronta che spesso non si cancella più. La morte venne a rapirgli il suo unico e fedele compagno, il figliuolo del pittore Costanzo. Questo caso lo gittò in una profonda tristezza; e parecchi mesi passarono, senza che più pensasse ad appartarsi nella sua terrena cameretta per disegnare e schizzar sugli sparsi foglietti, come soleva, aeree figure e fantastici gruppi; o per rileggere qualche pagina di Virgilio o di Dante, dell'Ariosto o del Tasso, ch'eran tutta la sua biblioteca.
Nel suo dolore, quasi che l'anima gli si fosse oscurata per sempre, aveva fatto il voto di sagrificare al perduto compagno il più caro sogno de' pensieri. Non disegnava più, e ben di rado lasciavasi vedere in casa del vecchio pittore; il quale dal canto suo era inconsolabile d'aver perduto non uno, ma due figliuoli in una volta. In quell'intervallo, rinacque ardente in Damiano il desiderio degli studj i più severi. Fu l'anno prima che seguisse la morte del suo povero padre, quando cominciò a frequentare il liceo pubblico; e la nuova parola della scienza l'aveva riscosso profondamente. Studiò assiduo per molti mesi, non senza grave timore ne' suoi che potesse cadere ammalato. Egli credeva e amava, aveva cominciato a vagheggiar la verità sotto le splendide forme del bello; e ben presto s'avvide che la sua mente non era fatta per tener dietro al volo della scienza; e si sentì svilito, spaventato quasi dall'immenso mistero dell'umanità e dell'universo a cui per la prima volta affacciavasi. Si trovò come perduto in una landa nebbiosa, interminata, ove facesse cammino senza sapere se il sole gli fosse dinanzi, o dietro le spalle. Ma quantunque così giovine, così inesperto ancora, la vita gli parve ben più difficile che dapprincipio non avesse creduto.
Egli vide intorno a sè moltissimi a lui pari d'età, compagni di patria e di studii, che avrebbe voluto salutare, amare, più che condiscepoli, fratelli; alcuni d'illustre casato, molti agiati o ricchi abbastanza per non temer del futuro; la più gran parte di condizione eguale o poco migliore della sua; moltissimi non curanti o fastiditi; indifferenti e scapati gli altri; pochi volonterosi di cercar nello insegnamento del passato un tesoro di virtù per l'avvenire, d'apparecchiar la mente e la coscienza alla dura prova della vita, di poter dire con giustizia a' loro padri, alle madri, ai fratelli, quando tornassero in mezzo di essi: Anch'io sono un uomo, e son qui con voi e per voi! Que' giovani di cui Damiano domandava l'amicizia, o cercava qualche volta la compagnia, lo guardavano appena, pigliavansi giuoco di lui, delle sue pedantesche riflessioni, della sua malinconia; ridevano della sua povertà. Lasciavano che solo si dilungasse lungo il muro della via con qualche libro sotto il braccio, mentr'essi, zufolando un'arietta, n'andavano a gironi col cigarro in bocca e il cappello di traverso, ovvero fermavansi all'entrata del botteghino di caffè a ciarlar delle prime loro conquiste, della ballerina, della piccola crestaja, o della saltatrice de' cavalli. E Damiano camminava verso casa sua, a capo chino e col cuor ferito; gli fuggivano dal pensiero i poetici sogni dell'arte che ancora amava in segreto, e diceva: Non sarò mai nulla!… Alla svolta della via di Quadronno, tornavangli in cuore padre, madre e sorella; ma non gli tornava il coraggio. Pensava al poco che sapea della vita; e ogni suo pensiero incerto e torbido pareva domandargli il perchè fosse nato, qual fosse la invisibile catena che l'univa alla famiglia, agli uomini del suo paese, agli uomini di tutto il mondo; ma invano cercava che cosa rispondere. Tutto ciò che gli era stato insegnato gli aveva piena la mente d'aride o slegate cognizioni; già il suo cuore spontaneo, ardente, era divenuto sospettoso e freddo; parevagli quasi che tutto d'intorno a lui cominciasse a sfasciarsi, a cadere; la filosofia, la storia, cose morte; la virtù, non altro che una dolorosa necessità d'aver pace con sè medesimo.
Così, nella prima giovinezza, Damiano aveva anch'egli sentito, e senza quasi saperlo, l'influsso della funesta malattia del secolo, il tormento del dubbio. E per questo, nell'ora più difficile del viver suo, in quella notte che passò presso al letto di morte di suo padre, la sua fronte s'era curvata sotto il peso d'amarissimi pensieri, e l'animo suo fu prostrato dall'idea che la famiglia ormai non aveva altro conforto e ajuto che lui solo; lui, che non trovava nè conforto ne ajuto per sè.
Ma nel momento solenne della disgrazia, quando appunto l'anime tetre par che trovino una voluttà nel disperare e maledire, le anime semplici, sentono invece rinascere le pure e grandi forze della vita. Il cuore di Damiano fu agitato dal profondo; una virtù nuova, l'energia del vero dolore, gli diè come un'altra vita. Egli ebbe in quell'ora, per così dire, la rivelazione, la coscienza di sè. Tanto è vero che, nelle maggiori necessità, l'uomo sente la pienezza della propria vita, e, direi quasi, l'orgoglio del dolore.
Renduti al padre gli ultimi ufficj d'amore sulla terra, detto addio alle giovenili fantasie, e rivolto uno sguardo pacato al futuro, Damiano aveva veduta chiara, a sè dinanzi, la ragione del suo dovere; allora conobbe che cosa gli restasse a fare, e seppe la propria sorte. L'insofferenza di sè, l'incertezza d'una vocazione, la noja della fatica che avvelena le dolcezze dello studio e turba i nostri anni migliori, anche lo sdegno dell'opinione e dei fatti altrui, tutte le tempeste d'un cuor giovine e piagato, furono sopite in lui da quel giorno. Il sentimento dell'impotenza, il rossore e la cupa rassegnazione della povertà avevano ceduto il luogo a forti, leali affetti; l'avvenire gli prometteva consolazioni e premio; ed egli ricominciò con gioja a vivere. Il dolore del padre perduto durò nel cuor suo; ed egli tenne quasi un sacro tesoro; fu quel dolore utile e giusto che insegna, non a disperare, ma a combattere. Da quell'ora, gli rinacque l'amor dell'arte nella quale aveva fatto i primi passi; da quell'ora tornò agli studii prediletti, ai cari volumi che gli avevano insegnato l'eterna bellezza del pensiero; e disse a sè medesimo:—Il poco che potrò fare, non deve andar perduto; consacrerò la mia fatica a coloro che d'altro non ponno vivere che dell'amor mio; e il loro amore e la coscienza d'averlo meritato mi compenseranno!
Con questa libera e forte persuasione, egli aveva continuato di buon cuore a frequentar le scuole dei liceo, affinchè non gli venisse a mancare, al caso, quel primo scalino a qualche oscuro e poco ambito impiego. Intanto, ritornava, sempre più spesso, alla casa del suo vecchio amico, il pittore Costanzo; il quale, benevolo e generoso nella sua oscurità più che tant'altri in mezzo alla superba fortuna, si profferse volentieri di ravviarlo nella pittura, come meglio avrebbe saputo. Damiano vedeva l'incertezza della riuscita, e pur non sapeva rinunziare a quella cara tentazione.—Finirò questi due anni di studio, diceva fra sè, e poi… O l'arte ch'io amo, o qualunque altro più umile mestiero, a cui mi metterò con coraggio, mi darà pane. E chi sa che la vita non possa ancora esser lieta e bella, per me e per questi cari che fan viaggio con me sulla terra! Penso infine che tanti sono più disgraziati di noi, e pur vivono e debbono vivere…. E poi, siamo in un tempo che anche il povero ha una voce grande e forte, una voce che comincia a farsi sentire per tutto. Si può dir quanto si vuole—finiva—ma la giustizia è una, e quel ch'è vero è vero!
Il nostro Damiano la pensava così. E già da qualche mesi, da che la famiglia stava nel nuovo quartiere, continuava con alacre animo quella vita tutta di studio e di lavoro. Già dal principio, il suo vecchio compare, il signor Lorenzo, che non s'era dimenticato di lui, datosi attorno, aveva potuto non inutilmente raccomandarlo a un mercante di pannine della Pescheria Vecchia; uomo dabbene, che assentì a prenderlo presso di sè come scritturale, per mettergli in netto i libri di negozio e tenergli il carteggio. Questa briga, un poco tediosa, costava a Damiano tre ore ogni sera; ma gli profittava dugent'ottanta lire l'anno, che per lui, nella presente strettezza, non eran poche: bastavano per la pigione di casa, e gliene avanzavano per la misurata spesa del suo vestire, ch'era umile sì, ma decente e ben fatto alla persona; onde l'aspetto suo aveva non so che di simpatico e di gentile.
Tornato a casa la sera, egli soleva leggere o scrivere per sè, fino a notte ben tarda; poi, dormito un sonno di poche ore, levavasi col mattino, per correre allo studio del pittore Costanzo; il quale l'amava ogni giorno di più, dandogli anche tutto quell'affetto che già portava al figliuolo a lui tolto dal cielo. Di là, al batter dell'ora, s'affrettava di correr al liceo per non mancare alle lezioni; nè curando più la sbrigliata scolaresca si teneva in disparte, tutto raccolto in sè, e volonteroso di penetrare i segreti della scienza, che la monotona voce del professore non riusciva a spiegargli. Dipoi, non vedeva l'ora d'essere a casa; e arrivato al suo quarto piano, un bacio alla madre, il sorriso, il saluto della Stella, la quale, smettendo dal cucir di bianco o dal ricamare al telajo, ajutava la madre nell'ammannire la scarsa minestra e qualche avanzo di carne lessa, che neppur sempre compariva sul povero desco; e più di tutto, l'aspetto di quella pace casalinga, di quella rassegnazione nella disgrazia; e poter riposare gli occhi in volti conosciuti e cari; e dall'un canto il suo pulito letto rifatto, e il tavolino col picciol mucchio de' suoi libri, e l'aperta finestra che lasciava entrare il bel sole del mezzogiorno, gli racconsolavano il cuore, gli rallegravano la mente con idee conciliatrici d'amore e di virtù; e si sentiva più forte e migliore.