Intanto che l'altro servitore lo precedette, don Teodoro, camminando innanzi e indietro per la vasta anticamera e per l'attigua galleria, pensava a tutto il male che aveva fatto un capriccio di quel grande a cui stava per parlare; e qualche sguardo inquieto, che a ogni poco gittava sulla porta dell'interno appartamento, palesava la sua incertezza e il tedio dell'aspettare.

Passata mezz'ora buona, ricomparve il servo a dire che, quantunque l'Illustrissimo fosse occupato e poco ben disposto, valeva però fare un'eccezione per lui. E, con un certo rispetto, lo invitò a venirgli appresso.

Il vecchio patrizio, ravvolto in una morbida zimarra di broccato, se ne stava a grand'agio nel suo seggiolone, appoggiando un braccio sopra lo scrittojo; prezioso arredo d'antica data, tutto intarsii e dorature, a cui sormontava una foggia di scansìa con agate e lapislazzuli incrostati: di questo capolavoro del tempo di Francesco di Francia, l'Illustrissimo soleva dire, in confidenza, ch'era dono d'un gran contestabile a una sua arcavola di bellezza famosa. La guantiera d'argento che gli era vicina, con una tazza di cristallo e due nane boccie contenenti una pozione torbida, biancastra, a dir vero, mal non s'accordava colla livida e annebbiata sua fisonomia. Quella mattina egli s'era levato più tardi del consueto, dopo una notte insonne; e per cacciar l'uggia che si sentiva ne' pensieri aveva legicchiato alcune pagine d'uno scandaloso romanzo francese del secolo passato, e un insipido articolo di politica d'una gazzetta ufficiale ch'eragli fuggita di mano: poi non trovò di meglio che sfogar la bile con alcuno de' servi o dipendenti che gli capitasse innanzi. Quando gli annunziarono l'abate Teodoro, stava l'Illustrissimo combattendo contro la noja e il dispetto che da qualche tempo l'assediavano più importuni, e pensava al viaggio degli anni che andavano innanzi anche per lui, a quegli acciacchi che lasciavansi dietro.

Rimase un poco in forse; poi, fosse gusto di trovare una vittima nuova o diversa, fosse un'improvvisa mutazion di pensieri, disse al servo che facesse entrare il prete.

Don Teodoro, fattosi innanzi contegnoso e tranquillo, chinò il capo senza parlare, mentre l'Illustrissimo accennavagli di sedere. Eran corsi vent'anni dal giorno che questi due uomini s'eran trovati a fronte un dell'altro, in quella camera stessa; don Teodoro veniva per tentare un'altra volta nel cuore del patrizio la stessa corda che allora aveva inutilmente tentata: ma l'Illustrissimo, nel turbine d'una vita logorata da' piaceri, inebbriata dal fumo delle ricchezze, aveva perduta la memoria di quel colloquio, e di quel nome di cui il prete sperava destare un'eco in fondo dell'anima sua. Forse egli lo credeva qualche nuovo accolito della corte di sua sorella, qualche occulto esploratore dell'accampamento nemico: e gli sarebbe piaciuto di pigliar l'inviato della dama in quella medesima rete ch'esso voleva tendere a lui.—E saprò capir ben io (pensava) se costoro mettano già in conto l'usufrutto del fatto mio.

L'Illustrissimo continuava a tacere; il prete credè allora di poter rompere il silenzio pel primo.

—Non so veramente, s'io abbia l'onore d'essere riconosciuto da lei, signore.

—La conosco, signor abate… di nome almeno: freddo freddo rispose il patrizio, pigliando da una scatolina d'avorio e ponendosi in bocca non so che pastiglie gommose.

—È gran tempo ch'ebbi occasione di parlarle; ma suppongo… confido che non m'avrà dimenticato…

—In coscienza, non mi ricordo affatto.