—Son vent'anni… Io era venuto qui, in nome… in nome d'una infelice, morta a quel tempo…

Tacque un istante, ma come vide offuscarsi la fronte del vecchio, che facendosi ritto sulla persona cominciava a guardarlo fiso, ripetè:—A nome d'una infelice, e per domandarle una riparazione… che…

—Che? che?… favorisca di spiegarsi più chiaro, se le piace. Non so davvero cosa ella venga quì a raccontarmi: già loro preti, n'han sempre pronte di simiglianti storie…—E ciò gli disse con voce un poco risentita, mentre lo squadrava da capo a piedi, come per mostrargli maraviglia di quel suo audace esordio.

—Non si sdegni, o signore, di qualche espressione che può parerle troppo viva forse. Io so bene che, dove appena le dicessi un nome, ella non sarebbe certo così poco giusto da fare strapazzo d'un uomo che le parla con verità e franchezza. È ben vero che gli anni ci han mutati entrambi; ma ciò di che io voleva intrattenerla, non è cosa che s'abbia facilmente a dimenticare… Perdoni, dunque, signore!… Questa lettera mi farà conoscere.

E traendo un foglio, glielo pose sott'occhio. Era la lettera, scritta per ordine dell'Illustrissimo dal suo procuratore; quella stessa, con cui era stato fatto all'abate Teodoro assegnamento di sei mila lire, a beneficio d'una persona a lui nota. L'Illustrissimo vi gettò gli occhi sopra; e mal suo grado un visibile ribrezzo lo colse; si ricordava benissimo del prete; e tutti quegli anni passati dalla prima volta che lo vide gli parvero un breve sogno. Il nome della Marianna, dimenticata, morta da tanto tempo, gli venne quasi involontariamente sulle labbra; e don Teodoro se n'accorse. Fece silenzio, e fissò il mesto e penetrante suo sguardo nel viso accigliato dell'Illustrissimo; il quale, contro il solito, e a causa fors'anche della indisposizione che lo faceva a sè stesso più increscioso, non seppe sostener quell'occhiata severa, benchè in cuore s'infastidisse di non trovar parole per frenare, come avrebbe saputo in altro momento, la tracotanza dell'importuno visitatore.

—Signore! il prete ripigliò pacatamente, in atto di chi parla persuaso d'aver ragione: Ella ha un gran nome, e a questo mondo cammina tra i primi; onori, fortuna, illustri attenenze, quanto fa per solito il sogno o l'invidia degli altri, a lei tutto ciò è come un diritto: ma, per un uomo che trionfa quaggiù, quanti non piangono e soffrono! La via larga le è aperta dinanzi; ogni sua parola è, per il piccolo mondo che la circonda, una legge; ogni desiderio cosa fatta. La ricchezza dà il potere, e gli uomini si prostrano volentieri a quell'idolo che non fu rovesciato ancora dal suo piedestallo, e forse nol sarà mai, al vitello d'oro… I pochi che stanno in alto, di rado abbassan gli sguardi per interrogare i patimenti della moltitudine, costretta a strisciare a' loro piedi; non sanno per che fine la ricchezza a loro fu data; non veggono, all'incontro, che frutto della loro ricchezza è bene spesso la miseria altrui. Scusi, o signore, se io parlo senza molti rigiri; ella sa quel che m'intendo dire.

—Nè vedo, nè so, il perchè mi voglia regalar questo squarcio di predica sulla vanità delle ricchezze.—E frenandosi a stento, sorrideva ironicamente; poi:—So bene che molti di lor signori usano disprezzare ciò che non ponno avere per sè.

—Io non disprezzo i ricchi, e non li invidio. La ricchezza può esser dono del cielo; può essere anticipata maledizione. Nessuna cosa al mondo bisogna stimarla oltre l'uso che l'uomo può farne; e ben di rado, o mai, l'oro potrà dargli l'amore, l'amicizia, il santo affetto della patria, la virtù modesta e tranquilla nell'esercizio del dovere. La ricchezza è un bene, ma è quel bene che più d'ogni altro corrompe sè stesso; e corrompe altrui. Lasciam queste cose, abbastanza viete, se vuole, ma non per questo men vere; poco importano a ciò che venni per dirle.

—Sì, mi risparmi i quaresimali, signor abate; ringrazii poi la fortuna che oggi io non ho voglia d'inquietarmi, poichè mi sento non troppo bene: se no, l'avrei già pregato a cangiar di stile.

—Io le debbo essere importuno, lo comprendo; ma il motivo che io le accennava, e che appunto mi chiama, sarà la mia scusa. Quando, molti anni fa, venni a raccontarle gli ultimi momenti d'una infortunata che, giovine ancora, moriva quasi nella disperazione, lasciando in terra una creatura più misera di lei, un bambino senza nome, senza asilo, condannato a portare il peso d'una vergogna e d'una colpa non sue…. ella, o signore, non volle ascoltarmi; mi fece poco meno che cacciar fuori delle sue anticamere; in quel momento le tornava nojoso parlar di miserie. Ma ella sapeva d'aver grave ragione per compiangere quella sciagurata; e si pentì poi di non avermi dato ascolto: fu allora ch'io ricevetti, per ordine suo, una piccola somma colla quale provvedere a quell'innocente, già adottato dalla carità pubblica. Nè a lei era ignoto, perch'io stesso adempiva al dovere di dargliene conoscenza, come quel bambino affidato a una famiglia di contadini, fosse di poi sparito; ella sa ancora che la povera sua madre era già morta, senza nemmeno la consolazione di conoscere se il poverino vivesse tuttavia. Intanto il piccolo capitale, da me tenuto in deposito, s'accrebbe, e a quest'ora si è raddoppiato…