Allora la pegnataria non s'affrettò già per darle soccorso, ma fu d'un tratto nell'altra stanza, e fattasi alla finestra sulla via, l'aperse, e battè due o tre volte palma a palma. Un uomo inferraiolato se ne stava a pochi passi del portone: quantunque il segnale venisse così dall'alto, parve fosse là ad aspettarlo; poichè subito si mosse, e con un cenno fece avanzare una carrozza di nolo, appostata dietro l'angolo della via; poi, guardato ch'ebbe intorno con sospetto, svoltò nel portone.

Non passò un quarto d'ora, e l'uomo ricomparve: un altro venivagli dietro, reggendo sulle braccia una fanciulla, con uno scialle scuro in testa che le cadeva sul viso, e involto da una coltre il resto della persona. Una pigionale che, al passar di costoro, aveva fatto capolino dall'uscio, la credette una poveretta portata forse a morire all'ospedale; e usa anche troppo a così fatte scene, non vi fece poi sopra, colle vicine, nessuna ciancia.

I due, venuti al basso, s'accostarono al legno; l'uno n'aperse lo sportello, l'altro vi adagiò la fanciulla che sembrava piuttosto addormentata che svenuta; mentre il primo s'avanzò per dire una parola al vetturino. Costui, chinato il capo, frustò i cavalli, che malgrado il lor trotto ineguale, gareggiavano di non solita velocità.

Quando la Stella si risvegliò da quel grave sopore, il sole era alto. Guardossi intorno, tutta incerta e smemorata ancora, nè riconobbe dove fosse. Pensava d'aver sognato, di sognare ancora.

Era in una stanza vasta, quadrata, malinconica. Pochi mobili vecchi, tarlati, coperti di sbiadito damasco giallo la guernivano; da un lato una tavola, dall'altro un canapè massiccio e nano, sul quale ella s'era risvegliata in quel punto; nude le pareti, la vôlta fonda, sgretolata. Solo ornamento del tetro luogo, vedevasi pendere da una delle pareti, al di sopra dell'antico canapè, un gran quadro annerito, rappresentante un vecchio signore, in abito cavalieresco, ritto e severo, in attitudine di comando.

La fanciulla era corsa all'unico balcone, che lasciava entrare una pallida luce nella stanza: al basso, vide muraglie d'antico recinto, giardini abbandonati, grandi alberi da cui si staccavano, portate dal vento, le foglie ingiallite; vide, a qualche distanza, un gruppo di povere case, e fuggir da que' tetti qualche striscia di fumo biancastro; e campi all'ingiro e praterie attraversate da rigagnoli, divise da lunghissime file di salici e di pioppi sfrondati; e di lontano, sopra un cielo cenerognolo, uniforme, disegnarsi le bianche guglie del Duomo.

Quella finestra, alla quale smarrita, estatica affacciavasi la fanciulla, era altissima; e guardava il fianco d'un edificio antico, quadrato, ch'era stato altre volte la torre d'un castello. Il castello in gran parte più non esisteva, poichè la fronte dell'edifizio si vedeva restaurata colla pesante architettura di due secoli fa, e trasformata in un palazzotto; sola rimaneva tuttora in piedi la torre, con una tettoja sovrapposta allo spalto merlato; alcune delle vecchie finestre apparivano turate, altre erano munite di massiccie inferriate sporgenti; ma anche quella parte, fin allora la sola intatta dell'antico fabbricato, doveva essere in breve riattata, come lo indicava un impalcato di travi e d'assi costrutto da un fianco del terrazzo, poco al di sotto della finestra, donde stava a guardare la fanciulla.

In quel solitario e abbandonato palazzo, poche miglia lontano dalla città, e appartenente all'Illustrissimo, aveva il signor Omobono fatto condurre, giovandosi a tempo della protezione di quel potente signore, la povera Stella.

Quando, risensata del tutto, essa potè comprendere o piuttosto intravvedere la verità, quando ripensò a quel ch'era avvenuto e che parevale tuttora avvolto d'inesplicabile mistero, raccapricciò; e, coprendosi colle mani tremanti la faccia, ruppe in alto pianto. La solitudine, lo spavento, la certezza che, per piangere o gridar che facesse, nessuno poteva udirla, nessuno venire a salvarla; l'aspetto di quel luogo, il gelo che le correva per le membra, perfino il cupo sguardo che sembrava cader sopra di lei da quel ritratto del vecchio castellano; ogni cosa, ogni pensiero le aumentava l'angoscia dell'animo, la faceva disperare. Ripeteva il nome di sua madre, de' suoi fratelli; e poi piangeva, raccomandavasi alla Beata Vergine, e sperava ancora.

Passarono alcune ore. Quella gravezza di capo, quella specie di torpida nube che la opprimeva tuttora, in guisa che non riusciva a spiegare a sè stessa come nè quando, dall'angusta cameretta della pegnataria, fosse stata condotta in quel luogo deserto e sconosciuto, l'avevan resa di nuovo quasi insensibile; e non potendo più reggersi in piedi, gettossi di nuovo sugli scomposti cuscini del canapè. Cresceva a grado a grado nella stanza l'oscurità; e s'udivano poco lontano i rintocchi lenti d'una campana.