Non fuggì più, non si ritrasse; ma immobile, pallida, incrociando le braccia sul seno, gli stette dinanzi. Non parlò, ma il suo sguardo parve dire:—Io non ti temo, io ti disprezzo!
In quell'istante, s'udì l'abbaiar d'un cane da' cortili del palazzotto. Il signor Omobono si scosse, tese l'orecchio, e aggrottando le ciglia:—Chi può essere?… susurrò fra i denti. All'urlo del cane, s'aggiunse quasi subito un romor lontano, confuso, come di gente che facesse per entrare a forza. A poco a poco lo strepito aumentò, s'udirono voci minacciose, e porte sbattute con violenza e romor di persone accorrenti.
Un lampo d'ineffabile speranza tornò a brillar sul viso della fanciulla, ma tosto disparve; e uno spavento più grande, l'aspettazione di più terribili cose, invase l'angosciato suo cuore. Quell'uomo vendicativo era là che la riguardava, agitato nello stesso tempo dalla rabbia e dal terrore. Essa allora, non potendo più sostenere quello strazio, tornò a gittarsi ginocchione dinanzi a lui, tornò a piangere, a pregare; ma le sue parole si confondevano: e quando non potè più parlare, pareva tuttavia, colle mani giunte, e cogli occhi spalancati e vitrei, domandar pietà per la sua innocenza.
—Perchè preghi adesso?… disse colui, con beffarda ironia. Perchè ti metti in ginocchio? Non sai che, per causa tua, sono stato insultato, cacciato via come un cane, non sai che ho bisogno di farti vedere quel che posso far io? Tu avevi un fratello, tu avevi una madre…. E io, io ho voluto che tu non avessi più nè fratello, nè madre…. Questa muore all'ospedale, quello marcirà sulla paglia d'una prigione…. E tu sei qui, con me; e di qui, nessuno ti può strappare… Puoi pregar finchè vuoi nel nome di Dio, che sarà lo stesso!…
Non aveva finite queste parole, quando, dal pian di sotto, s'udì una voce gridare:—Stella! Stella!
Era la voce di Damiano.
La fanciulla fece un balzo, levò al cielo le braccia, e con un grido di gioia slanciossi con furia verso la porta, presso la quale restava, come impietrito, lo scellerato Omobono.
In quel momento terribile, costui vedendosi perduto, e pur non volendo rinunziare alla sua vendetta, trasse fuori un coltello e vibrò un colpo alla fanciulla, che fuor di mente s'era gittata sopra di lui. Ma la mano di Dio stornò il ferro; la Stella svenne a' piedi dell'assassino, e, cadendo a rovescio, percosse il capo contro l'angolo d'un basso armadio ch'era presso l'entrata. L'infame, pensando alla propria vita, fuggito dalla stanza, sparve nel momento che Damiano e Rocco, trovata la scala segreta al piano superiore, precipitavansi nell'andito che metteva allo stanzone della torre.
Mentre Rocco si fermò a custodia della scala, Damiano spalancò la porta, e vide stesa sul pavimento sua sorella, che non dava più segno di vita; il sangue le bagnava la fronte, le vesti, e rigava il terreno: la credè morta, assassinata. Al grido ch'egli mise, anche il Rocco era accorso; la sollevarono, la posero a sedere; e mentre Rocco andava a cercare un po' d'acqua, per istagnare il sangue stillante ancora dalla ferita fronte di Stella, Damiano appoggiando la destra sul cuore di lei, s'accorse che batteva ancora.
In questo mezzo, uno scalpiccìo sordo ma vicino gli giunge all'orecchio; ed ecco che, spinto dall'ira e sperando trovar le traccie dell'assassino, raccomanda con uno sguardo la sorella all'amico, e in un baleno corre fuori. Tentando con furia le pareti del buio andito prima attraversato, sente cedere un'imposta; cacciasi arditamente per que' luoghi sconosciuti, e trovatosi in un soppalco, basso, ingombro di macerie e di travi, vede nel buio fondo muoversi qualche cosa: sembragli un uomo che si strascini carpone. Fatto cieco dal suo furore, afferrando una pistola che teneva nascosta, balza minaccioso incontro a colui, ch'altri non poteva essere che l'assassino di Stella. Ma, fatti appena pochi passi in quel nascondiglio, ove solo penetrava un barlume dalla cadente tettoia, pensa d'essersi ingannato, poichè là sotto più non vede alcuno. Nondimeno si fa innanzi; le assi tarlate su cui camminava gli scricchiolavan sotto…. quando a un tratto gli viene all'orecchio un tonfo, un urlo disperato; poi non ode più nulla.