La giustizia di Dio aveva punito l'insidiatore dell'innocenza. Il signor Omobono, per sottrarsi alla pena che già lo ghermiva, era vilmente fuggito, come dicemmo. Quando si vide seguitato e scoperto nel suo nascondiglio, da una finestrella s'era calato giù per l'altezza di qualche braccia, lungo il muro esteriore, fino a un terrazzo del piano sottoposto; di qui, trovando murata l'apertura, nè scoprendo altro luogo ove appiattarsi, aveva arrischiato di passar nella parte nuova del palazzo, ove giunto poteva tenersi certo della fuga: ma, per arrivar fin là, gli convenne tentare il passaggio sull'assito sporgente dal fianco della torre. Non era giunto a mezzo che, posto in fallo un piede, sentì mancarsi sotto una delle tavole dell'impalcato, cadde rovescioni, cercò, cadendo, d'aggrapparsi colle dita uncinate alle abetelle e ai correnti del ponte, ma invano; la tavola che s'era staccata lo stravoltò a capo in giù, e precipitò con essa sino al piede del palazzotto, là sotto alla finestra di quella stanza ove stava per compire il suo delitto. Egli visse ancora alcune ore, visse abbastanza per essere trasportato sur un lettuccio fino alla città; dove morì all'Ospedale, dopo aver deposta in faccia a un attuaro del tribunale la verità di quel ch'era stato, la propria colpa, e l'innocenza di coloro che furono da lui perseguitati. Il sacerdote che ne ascoltò la confessione fu l'abate Teodoro; e in mezzo a' terrori della dolorosa agonia, la parola dell'espiazione risonò, come una voce celeste, al capezzale del traviato.

Dire a lungo come Damiano e Rocco, dopo che s'erano staccati l'ultima volta dall'abate Teodoro, fossero riusciti a scoprir le traccie della fuggitiva fanciulla e di colui che in appresso l'aveva rapita, non è adesso mestieri. A Rocco era dovuta la prima e la migliore ispirazione; poichè, mentre Damiano furibondo andava mulinando i più strani propositi, Rocco aveva saputo trovar la via più diritta e il mezzo più spiccio per far venire la verità a galla. Egli, con una brusca visita fatta alla vecchia pegnataria, la quale s'era, dal canto suo, già pentita d'aver dato mano a quella iniquità, venne in brev'ora a capo di saperne anche più che non gli bisognasse, almeno per il momento. Allora i due compagni, senza perdere un minuto, erano usciti della città, e corsi al palazzotto; ove Damiano, entrato a forza, potè salvare per la seconda volta l'innocenza di sua sorella.

Ma quand'egli conobbe il misero fine di colui che da tanto tempo era stato per loro come l'angelo del male, sentì morirsi in cuore l'odio che aveva contro di lui sempre nudrito, e al desiderio di vendetta successe la compassione. Ma nè la Stella, nè sua madre vennero così presto a sapere qual fosse stato veramente l'orrendo caso. Damiano volle condur la sorella lontano da' luoghi che furono testimonj di quel fatto: e tornata co' suoi, la fanciulla, come per miracolo salvata, non ebbe altra cura, altro pensiero che quello di assistere la madre già quasi convalescente, e di farle dimenticare i tristi giorni passati.

Ma coloro che avevano in parte tessuto, restando nell'ombra, quell'odioso intrigo, gli uomini del bel mondo che non s'eran vergognati di mischiarsi in uno di que' drammi tenebrosi del trivio, ne' quali non giunge a frugare la mano della legge, e ch'essi van passando all'orecchio l'un dell'altro, con certo stile frizzante e spregiudicato, quando

»Co' festivi racconti intorno gira
»L'elegante licenza……

costoro non si sognarono neppure di vedere il dito di Dio nella morte d'un uomo, a cui essi avevano stretta tante volte la mano, a cui avevan ripetuto di professare stima e amicizia. S'ha per altro a dire, che non parlarono più di lui.

Anche la povera famiglia, della quale abbiamo raccontata la storia, fu da essi in breve dimenticata. Altre e più infelici creature, nate dalla miseria, cresciute nelle umili officine, deserte nell'ignoranza, in mezzo al pericolo della giovinezza, e alle suggestioni dell'indigenza, furon vedute ingannar per corta stagione le noie del ricco scioperato, piangere e morire! Tradite, e poi derise, avranno creduto troppo facile la vita, sperato di poter dimenticare il tugurio in cui nacquero e il pane dell'onesta fatica…. poi, dopo un rapido sogno, desiderarono il pane di prima…. quel pane bagnato di lagrime innocenti! Anch'esse gustarono un'ora d'ebbrezza, e il capriccioso orgoglio della fortuna; ma le rose di cui tessevano ghirlanda, a' loro inanellati capegli, si sfogliarono; e allora si trovaron sole, finchè vennero la vergogna e il rimorso; venne il lurido bisogno, e poi tornò facile il delitto!—Intanto gli eroi de' fuggitivi amori continuarono allegre cene, e trionfi galanti; e parecchi n'andarono invidiati, e alcuna fra le regine della moda e della bellezza non isdegnò il corteggio de' più giovani e più fortunati di que' conquistatori.

Ma torniamo a' nostri buoni amici. Don Teodoro, quell'uom raro che aveva già fatto tanto per loro, persuase Damiano che, abbandonata la città il più presto possibile, andasse a stabilirsi colla famiglia nella pace di qualche lontano paesetto. A Rocco poi consegnò il capitale tenuto in serbo da tanto tempo, e cresciuto a dodicimila lire; di lì a poco altre seimila, che l'Illustrissimo avevagli fatte contare, dopo l'ultimo colloquio, col semplice avviso che fossero da lui adoperate secondo la sua intenzione. Rocco, al veder tant'oro, al pensar ch'era suo, da principio restò come trasognato; poi rifiutò, dicendo non voler toccare neppure un da venti soldi, senza saper da che mani gli venisse quella fortuna. Nè fu cosa da nulla per don Teodoro il capacitarlo, perchè avesse a ringraziar Dio, e a non cercare più in là. Il giovinotto s'impadronì d'una mano del buon prete, e baciandola disse:—Oh m'insegni lei quel che ho a fare, e mi metta il cuore in pace, con una parola di quelle che, fin adesso, non ho sentito dire che da lei.

Capitolo Ventesimoterzo

Albeggiava. Qua e là tremolavano, come smarrite nell'azzurro del cielo, le ultime stelle; non si vedeva un sol nuvoletto, e dietro a' monti più lontani andava dilatandosi a poco a poco quel casto lume del mattino che colora, mentre sorge a diradarli, i vapori dell'atmosfera: non è la gioja del sole, ma n'è il primo sorriso. L'aria tranquilla cominciava appena a sentire il freschissimo respiro delle montagne; e a grado a grado, quella parte di cielo, già candida e trasparente, tingevasi di vermiglio; lo splendido cerchio s'ingrandiva, trasmutandosi in oro i vapori che attraversavano l'oriente; di luce in luce il sereno, diventando più leggiero, pareva come allontanarsi; finchè un punto di fuoco uscì sull'orizzonte. Le opposte cime dell'Alpi, vestite ancora di neve, si fecero tutte di roseo colore, poi il verde de' vasti alberi sorgenti sull'alture più vicine ravvivavasi; l'allegra luce calava pei dossi erbosi; tutta la valle salutava la primavera.